Nonni maestri di integrazione. A Petruro lo hanno capito...

C'è un sistema di accoglienza per rifugiati che davvero funziona: gli Sprar.

nonni maestri di integrazione a petruro lo hanno capito

Tre piccoli grandi esempi tra l'Irpinia e il Sannio. Luoghi dove la solidarietà diventa un concetto reale. Luoghi che disegnano un futuro possibile. Per tutti. E che dovreste conoscere, per sfatare tanti luoghi comuni. (foto Giulia M. Trapanese)

«Con il progetto Sprar c’è una ricostruzione dell’identità, una consapevolezza delle proprie capacità e della propria autonomia. La persona è artefice del proprio avvenire. Questa è una possibilità.»
Dice Maria Elena Morelli, psicoterapeuta e responsabile del coordinamento Sprar Caritas.
Ma andiamo con ordine. Innanzitutto cos’è uno Sprar? Perché è così importante?
Sprar è l’acronimo di sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati ed è un modo per fare seconda accoglienza per gli immigrati.
Prima e seconda accoglienza?
Sì. La prima accoglienza riguarda l’arrivo degli immigrati, dei profughi, che spesso dopo lunghe traversate su barconi fatiscenti necessitano di cure mediche, di vestiti e di un pasto caldo. Vengono identificati, controllati con una visita medica. E poi? E’ qui che entra in gioco la seconda accoglienza. Molti immigrati arrivano qui in Italia per restarci, altri sperano di continuare il viaggio verso il nord Europa. Un altro continente, altri paesi.

«Si è in una sorta di limbo – spiega Giovanna Zollo, operatrice all’accoglienza, assistente sociale e coordinatrice dello Sprar a Roccabascerana - non appartengono né alla loro terra né all’Italia” e allora ecco la prima base della seconda accoglienza, del progetto Srar.

Integrazione.
L’integrazione passa per due canali: la sensibilizzazione del territorio, degli italiani, e l’insegnamento della lingua e della cultura italiana agli immigrati, anzi, ai beneficiari del progetto Sprar.
Integrazione dove? Non c’è nulla di meglio di esempi particolari e concreti per spiegare come avvenga l’integrazione. Gli Sprar a cui faremo riferimento sono quelli di Chianche, Roccabascerana e Preturo Irpino.

Paesi di provincia, piccoli, pochi abitanti, forse un po’ diffidenti all’inizio verso le facce nuove ma che sanno aprirsi comunque al nuovo, al diverso che poi tanto diverso non è.

E allora ecco le cene multietniche, dove un chianchese doc può gustare piatti somali o nigeriani, laboratori creativi e partite di calcetto a cui partecipano anche gli italiani, perché una lingua internazionale c’è. Imparare la lingua, a poco a poco, anche solo per andare a prendere un caffè al bar, anche questa è integrazione, o meglio il primo passo.

I beneficiari vanno a scuola, imparano l’italiano e acquisiscono un titolo di studi almeno fino alla terza media dato che spesso i diplomi conseguiti nei loro paesi qui non sono validi. Si passa a frequentare in pieno il territorio. Fare la spesa, scendere in centro o andare al bar, o in piazza. «Affezionarsi al territorio è importante, alcuni decidono di restare a vivere proprio in quei paesini, spesso nasce anche l’amore».

Eccolo un altro grande vantaggio del progetto Sprar, un beneficio per gli autoctoni, per gli italiani e le comunità. I paesi riprendono vita, si riaprono gli asili come nel caso di Preturo Irpino. I paesi morti, quelli di cui ci si lamenta diventano pieni di vita.

Identità dalle piccole cose e autonomia.

Andare dal medico, alle poste o a rinnovare un documento sono piccole cose, quasi fastidiosi alle volte. Ci viene a noia la burocrazia, le file interminabili eppure sono utili a ricordarci chi siamo, quanto siamo autonomi e che la gestione della nostra vita è nostra. In altre parola? Ci danno identità. L’identità dalle piccole cose. Si apprende, grazie alle figure professionali del progetto Sprar a preparare un curriculum, fare una richiesta in questura per il rinnovo del permesso di soggiorno, prenotare una visita dal medico. Si insegna a vivere da cittadini attivi, non è assistenza.
Il percorso dello Sprar dura dai sei mesi a un anno. Intervengono figure come l’assistente sociale, l’avvocato, lo psicoterapeuta, il mediatore linguistico. Un lavoro a tempo pieno.
Si inizia con un primo colloquio di ingresso, viene elaborato un fascicolo personale con la storia del beneficiario, la raccolta dei documenti in cui psicoterapeuta e assistente sociale intervengono.
Si passa poi alla creazione di un percorso formativo basato sulle competenze dei beneficiari, compito dell’operatore all’integrazione e poi si attuano le procedure per la richiesta dei documenti e del modello C3 (modello di richiesta formale presso le questure per richiedere asilo e protezione) dove con un avvocato si simula il colloquio con la commissione d’esame. Integrazione sta per autonomia. I rapporti tra i beneficiari sono ottimi, condividono le case, gestiscono la vita domestica, fanno la spesa e prendono i mezzi per raggiungere le aziende presso le quali svolgono tirocinio, ma di questo, dell’aspetto lavorativo tratteremo in un secondo articolo.
E’ importante capire che fare accoglienza si può, davvero. Integrare non vuol dire snaturare questa o quella cultura, ma costruire un’identità comune, insieme.
Fa sorridere di gusto ad esempio che un ragazzo venuto dalla Nigeria possa essersi innamorato di Chianche e abbiamo chiesto aiuto per trovare un alloggio e stabilirsi lì o che le “comari”, le anziane signore invitino a prendere un thé o un caffè le giovani “straniere”.

Questo, è il progetto Sprar. Unire la tecnica e la burocrazia all’umanità e all’accoglienza. E se credete che gli immigrati ciondolino per le nostre città, che siano un problema allora venite il 27-28-29 maggio a Petruro Irpino, Chianche e Roccabascerana, a toccare con mano il cambiamento.

Molto va ancora fatto, assicurano le operatrici. Bisogna sveltire le politiche per le richieste di asilo, che sono tante. Bisogna, suggeriscono, che le istituzioni, non rappresentate solo dai sindaci che in questi tre paesi hanno abbracciato totalmente il progetto, dialoghino con chi vive la realtà tutti i giorni e si lascino guidare.
Perché a volte “abbiamo da imparare più noi, che gli altri”.

Pasquale Cuomo*

*Studente del Vivaio di Ottopagine, il corso di giornalismo multimediale organizzato nell'ambito dell'iniziativa scuola/lavoro.