Avellino, un altro pasticcio. Ecco il segretario direttore

La denuncia dell'ex commissario straordinario Ato Claudio Rossano

Nel mirino la carica del direttore Ato Carlo Tedeschi eletto quando ancora era segretario Generale del Comune di Avellino.

Avellino.  

Cariche ricoperte impropriamente. Soldi dovuti non versati in seguito ad accordi che nascondono più di un dubbio. Nel mezzo, il Comune di Avellino e l'Ato, consorzio che ingloba 197 comuni irpini e sanniti e le due Amministrazioni Provinciali di Avellino e Benevento. E deve individuare il gestore Unico del ciclo integrato delle acque. Non lo ha mai fatto dal 2002, anno della sua costituzione, agevolando gli attuali gestori. Alto Calore in Irpinia. Gesesa nel Sannio. Il resto è storia.

TUTTI I DUBBI DELL'EX COMMISSARIO

A denunciare le presunte irregolarità è Claudio Rossano, ex Commissario Straordinario quando l'Ato fu costituita.

Per Rossano le zone d'ombra sarebbero molteplici. A partire da membri del consiglio d'amministrazione dell'Ato che non potevano essere eletti per evidenti incompatibilità con le normative vigenti. Compreso il direttore generale, Carlo Tedeschi, al momento dell'elezione (2011) anche segretario Generale del Comune di Avellino. Poteva infatti il dottor Tedeschi, visto l'evidente conflitto d'interessi, essere Direttore Generale di un ente all'interno del quale il Comune aveva quote significative? Quote che si traducevano con delle quantità di denaro che lo stesso ente di Palazzo di Città doveva versare all'Ato. Il 7 per cento (spaccando il pelo 7,24 per cento pari oggi a circa 56.000 euro l'anno).

DURA LEX, SED LEX ( MA PER ALCUNI NON ERA COSI' DURA)

Cita in proposito il decreto legge 138 dell'agosto 2011.

Gli amministratori, i dirigenti e i responsabili degli uffici o dei servizi dell'ente locale, e degli organismi che si occupano di appaltare, regolare, indirizzare e controllare i servizi pubblici, non possono svolgere la gestione dei servizi affidati da parte degli stessi soggetti.

Un obbligo che si estende anche nei tre anni precedenti al conferimento dell'incarico per la gestione dei servizi pubblici locali. Un divieto categorico che colpisce anche coniugi, parenti e affini fino al quarto grado di parentela, inclusi chi collabora o offre solo consulenza.

Insomma, zero possibilità d'errore. Ma come? E allora Tedeschi come faceva?

Considerando, inoltre, che non possono essere nominati amministratori di societa' partecipate da enti locali, coloro che nei tre anni precedenti alla nomina hanno ricoperto la carica di amministratore negli enti locali che detengono quote di partecipazione al capitale della stessa societa'? Non dimentichiamo che nel caso dell'ATO i comuni rappresentano questi enti. I componenti della commissione di gara per l'affidamento della gestione di servizi pubblici locali non devono aver svolto né svolgere alcun'altra funzione o incarico tecnico o amministrativo relativamente alla gestione del servizio di cui si tratta.

UN POKER DI NOMI RICCO DI DUBBI

Eppure l'ATO ha proceduto ad eleggere nel maggio 2012: il professore Giovanni Colucci, consigliere comunale di Mugnano del Cardinale, Cosimo Testa, sindaco di Pontelandolfo, ed Alessandro Pannese, consigliere comunale di Ariano Irpino. Nonché a nominare direttore Generale proprio dottor Carlo Tedeschi, Segretario Generale del Comune di Avellino. In realtà il consiglio d'amministrazione è poi andato decisamente oltre nominando lo stesso Colucci presidente dell'Ato.

Ma facciamo un passo indietro.

Torniamo a Tedeschi. E alla posizione del Comune di Avellino. Ok, direte voi. C'erano delle nomine irregolari, e se fosse vero la cosa ci disgusta e non poco, ma non ci stupisce. Dopo Acs e Assoservizi la nostra verginità è bella che andata. Quindi, se non c'è altro.

Continuate a leggere. Dell'altro c'è e come.

Si tratta di soldi. Un bel mucchietto che il comune doveva all'Ato per rimanere socio. Ma che costantemente aggirava. Per ammortizzare i costi (non è dato sapere di quanto) il comune concedeva all'ATO la possibilità di utilizzare delle stanze all'interno del Victor Hugo. Purché l'ente si assicurasse la manutenzione delle stesse. Chi di voi ha avuto accesso al palazzo di Piazza Duomo, può rendersi conto di come i locali interessati non versano in stato ottimale. Soprattutto il contestato auditorium. Quindi l'Ato non teneva fede all'accordo in modo adeguato (strano considerando che a bilancio destina oltre 15.000 euro d'affitto per il canone delle sale) e considerando che spesso teneva le proprie assemblee presso la camera di Commercio. Senza dimenticare che mancano i dati e dell'Agenzia del Territorio. Sul valore effettivo degli immobili. Chi aveva stabilito che la somma del comune equivaleva a quella che l'Ato doveva versare per gli immobili?

NON E' LA FINE (PURTROPPO)

Ma i nostri eroi si erano spinti oltre. Nel bilancio di previsione del 2012 l'Ato dice che c'è bisogno di una quota d'avanzo di 500mila euro con i quali si pensava di acquistare gli stabili dell'Hugo in maniere permanente. Fortunatamente proposito naufragato visto che il Comune non può venderli. L'Hugo non rientra nei beni alienabili.

Così si chiude il primo capitolo di un'altra vicenda che sembra contenere non poche ombre. Relative a sistemi di assunzioni che hanno sollevato negli anni tanti dubbi che ruotano intorno anche alla stessa esistenza dell'Ato che come spiegato non è neppure mai riuscita a svolgere completamente il proprio compito. Eppure continua a restare lì. Legandosi spesso a doppio filo, tramite le cariche che i due enti si sono “scambiati”, anche con Alto Calore. Aspirante gestore di quel piano d'ambito che lo stesso Ato doveva formulare. Come avete capito, un altro minestrone in salsa nostrana.

Andrea Fantucchio