I terroristi nelle nostre zone? Li staniamo così

Se Aprilia è considerata “culla della jiahd”, cosa si dovrebbe dire della Piana del Sele?

i terroristi nelle nostre zone li staniamo cosi

Le strategia degli investigatori per scoprire integralisti pronti alla guerra santa. Serve anche la collaborazione degli immigrati. Il pericolo arriva anche dalle carceri.

di Luciano Trapanese

Se Aprilia, dove vivono poche centinaia di immigrati nordafricani, viene ritenuta in questi giorni “centrale” del radicalismo islamico in Italia, e quindi fabbrica di possibili terroristi, cosa si dovrebbe dire della Piana del Sele, che ne ospita migliaia, e dove nel marzo dello scorso anno è stato arrestato uno dei componenti del gruppo che ha compiuto la strage del Bataclan a Parigi?

Beh, più o meno quello che si dice di Aprilia: il seme della jihad può crescere ovunque. E paradossalmente più in zone decentrate – Aprilia e la Piana del Sele – che non altrove, come le grandi città (dove è più frequenta incappare in controlli).

Ad Aprilia ha suscitato una certa impressione la scoperta che Ahmed Hanachi, l'accoltellatore di Marsiglia, è stato a lungo residente nella cittadina laziale, dove – tra l'altro – ha anche sposato una italiana. Prima di lui era passato in quelle zone anche Anis Amri, l'attentatore del mercato natalizio di Berlino (12 persone uccise), poi fermato e ammazzato dalla polizia a Sesto San Giovanni.

A Bellizzi invece, l'ufficio immigrazione e la digos di Salerno, hanno identificato e arrestato Djamal Eddi Oulai, 40 anni, algerino: un falsario che avrebbe fornito i passaporti agli attentatori di Parigi. Si nascondeva nella Piana, dove viveva con la compagna, incinta. E proprio una – evidentemente ingenua – richiesta di documenti, forse per sposare la donna, ha tradito la sua presenza nel Salernitano. Presenza che altrimenti rischiava di rimanere ignota a lungo.

Ma cosa si sta facendo per evitare la radicalizzazione di immigrati nelle nostre zone? O anche, che la Piana del Sele diventi il luogo ideale per jihadisti che devono nascondersi (con la conseguenza evidente che nel frattempo possono affiliare altri immigrati)?

Tutto il possibile, naturalmente. Che non è poco, ma non è neppure sufficiente. E non per carenze nelle attività investigative a livello locale, nazionale o internazionale. Ma perché – come si è visto in molti casi recenti – non sono rare, anzi, le autoradicalizzazioni, magari via web. E in quel caso, è davvero difficile intervenire prima.

Nella Piana del Sele le etnie più numerose sono algerine, tunisine e marocchine. Provengono da Paesi che si sono segnalati negli ultimi mesi per una forte presenza di terroristi. O almeno, di personaggi che hanno poi deciso di commettere attentati in Europa.

I nostri investigatori operano su piani diversi: una costante attività di controllo. Le segnalazioni di immigrati che notano atteggiamenti “sospetti” nei loro connazionali. E un lavoro continuo e intenso sul web. Il tutto – naturalmente – in collaborazione con le autorità nazionali e internazionali. Una rete che dovrebbe ridurre i rischi. Ma ridurli, purtroppo, non significa eliminarli.

Almeno per due motivi. Il primo è quello della radicalizzazione solitaria, che avviene magari su internet. Il secondo, e che riguarda soprattutto la mimetizzazione di personaggi già votati al jihad, perché chi vuole nascondersi per un po', cerca di passare del tutto inosservato, anche all'interno della sua stessa comunità (come nel caso del terrorista arrestato a Bellizzi).

Senza dimenticare l'altro focolaio di radicalizzazione, che sono le carceri (e a Fuorni sono numerosi i detenuti islamici).

Tra le tante ipotesi formulate in questi mesi, c'è anche quella che “giustifica” l'assenza degli attentati in Italia con la decisione dei terroristi di preservare questo territorio. Motivo? Continuare a utilizzarlo come luogo di transito o dove potersi rifugiare in caso di mandato di cattura internazionale.

Come tutte le ipotesi ha una sua dose di credibilità. Ma potrebbe non essere veritiera.

L'Italia rispetto alla Francia, al Belgio e alla stessa Gran Bretagna, ha una immigrazione più recente (quindi sono pochi gli “stranieri” di seconda o terza generazione, numerosi altrove, e che risultano i più sensibili alla chiamata dell'Isis), e un ridotto numero di combattenti rientrati dalla Siria e dall'Iraq dopo le sconfitte sul campo dello Stato Islamico.

Ma si tratta di equilibri fragili. E ci sono poche certezze. Anche per questo è necessario una costante attività investigativa. Nella Piana del Sele soprattutto, ma non solo. E l'attenzione – è inevitabile – non può che concentrarsi su quelle etnie dove è risultato più forte il richiamo alla “guerra santa”.

Per fare questo è necessaria la collaborazione degli altri immigrati e degli stessi imam. A proposito di imam: se una volta bastava controllare le moschee per avere una quadro di possibili radicalizzazioni, oggi non è più così. Chi ha intenzione di diventare martire si tiene lontano dai tradizionali luoghi di culto. Perché potrebbe essere facilmente individuato, non solo dalle forze dell'ordine, ma anche – e soprattutto – da chi vuole solo pregare e non imbracciare mitra, indossare cinture sature di esplosivi o lanciare tir a tutta velocità su folle inermi.