Quella linea Maginot per separare Salerno da Avellino

Il sistema difensivo che avrebbe dovuto impedire ai tedeschi di raggiungere l'Irpinia

quella linea maginot per separare salerno da avellino

Mussolini fece entrare l’Italia nella Seconda Guerra Mondiale credendo che il conflitto si sarebbe concluso nel giro di poche settimane viste le esaltanti vittorie conseguite dalla Germania di Hitler.

Quando la vittoria non arrivò ma gli Alleati cominciarono a prendere l’iniziativa, lo Stato Maggiore Italiano si rese conto della notevole mancanza di apprestamenti difensivi per impedire lo sbarco dei nemici sulle coste italiane.

Fin dalla primavera del 1941 vennero elaborati principi per la difesa delle frontiere marittime. Oltre ai porti, vitali per il prosieguo della guerra, bisognava difendere industrie, reti di collegamento e arsenali. Il programma prevedeva anche la creazione di nuove strutture difensive lungo i tratti di costa più vulnerabili che potevano essere soggetti a sbarchi.

Fu concepito un sistema articolato il cui scopo era non solo quello di fermare il nemico sulla spiaggia ma anche impedirne la penetrazione all’interno. La città di Salerno presenta molte tracce di questo sistema difensivo. Esse possono essere ancora oggi facilmente osservate sotto forma di bunker e postazioni di artiglieria nei pressi del forte La Carnale e sul retrostante colle Bellara.

Queste postazioni erano presidiate da elementi della Milmart e della 222esima Divisione Costiera, si trattava di uomini non più giovani, solitamente non ritenuti idonei per il servizio militare al fronte. Il loro variegato equipaggiamento prevedeva armi e buffetteria della prima guerra mondiale. Infatti, in alcune foto di militari italiani catturati nei primi giorni dello sbarco a Salerno si distinguono diversi soldati indossare l’elmetto modello Adrian usato nella Grande Guerra.

Un ruolo importante assunsero i Pbc (Posti di Blocco Costieri), concepiti per lo sbarramento delle principali vie di comunicazione verso l’interno.

Un Pbc venne realizzato a Molina di Vietri per contrastare l’accesso all’agro nocerino-sarnese e quindi a Napoli. Un altro fu installato nel comune di Pellezzano, nei pressi di Capezzano, attraversando il fiume Irno all’altezza delle fonderie Pisano e continuando sulle colline di Cappelle.

Il caposaldo era composto da almeno 6 casematte più un blocco stradale con pezzi di artiglieria e un deposito di munizioni. Esso avrebbe dovuto impedire l’afflusso di truppe nemiche verso l’interno bloccando la strada che conduce ad Avellino e nell’agro nocerino-sarnese.

Con i membri dell’associazione Salerno 1943, Luigi Fortunato e Matteo d’Angella, abbiamo ispezionato alcuni di questi bunker ancora accessibili.

Le fortificazioni sono state realizzate in calcestruzzo con camera di combattimento circolare a feritoia multipla al di sotto della quale vi è una stanza adibita a riservetta di munizioni collegate alla camera di sparo da una botola. Solitamente erano armate con mitragliatrici Breda M38, una versione più corta della Mod. 37, usata proprio per gli ambienti angusti di carri armati e fortificazioni.

Le costruzioni sono state disposte in punti strategici per poter battere le strade che conducono verso Avellino. Nella maggior parte dei casi sono state costruite in coppia in modo da fornire una reciproca assistenza di fuoco o poter continuare a resistere anche se superate. L’ingresso si trova sempre in una posizione defilata rispetto alla probabile direttrice di avanzata del nemico.

Non abbiamo rinvenuto tracce di combattimenti nelle immediate vicinanze delle fortificazioni. Le uniche evidenze di attività bellica sono il gran numero di schegge di proiettili di artiglieria italiani.

Il munizionamento, spesso recante stampigliato come anno di produzione uno della prima guerra mondiale, non è stato sparato dai cannoni bensì risulta essere stato fatto esplodere per renderlo inutilizzabile. Questi rinvenimenti confermano il racconto di mio padre che, da bambino, fu testimone della distruzione del deposito di munizioni del P.B.C. situato nei pressi dell’attuale via Dei Greci.

Queste fortificazioni salernitane non ebbero un vero e proprio battesimo del fuoco in quanto, nelle ore immediatamente successive alla proclamazione dell’Armistizio, vennero abbandonate dalle truppe italiane che le presidiavano. I militari, provenienti per la maggior parte da comuni del salernitano, si sbandarono e, dopo essersi liberati delle uniformi e delle armi, cercarono di far ritorno alle loro case.

I tedeschi, rimasti da soli a fronteggiare gli Alleati che il 9 settembre sbarcarono a Salerno, non utilizzarono i bunker italiani ma preferirono sfruttare la conformazione del terreno collinoso che circonda Salerno per contrastare in maniera più agile l’avanzata verso l’interno degli anglo-americani riuscendo a fermarli in una sanguinosa battaglia durata più di due settimane.

Matteo Pierro