Ciccio Movieil commento di Francesco Capozzi

"IL PRIMO RE"

Cosa ha reso Roma la città più potente del Mediterraneo: l'inclusione, la compassione

il primo re

753 a.C. Lungo il Tevere due legatissimi fratelli, Romolo e Remo, sopravvivono a piene del fiume, attacchi di ladroni e guerrieri di Albalonga. Diventando guide di un gruppo di esclusi, fondano la città di Roma: ma solo uno dei due ne sarà Re.

A me solo l’idea che un regista-produttore osasse mettere in film la leggenda di Romolo e Remo (o Remolo, come diceva Berlusconi..), mi colpì per il coraggio dell’azzardo.

Una storia trita, conosciuta da tutti. Eppure, man mano che uscivano le notizie sulla sua produzione, si comprendeva la serietà e la novità dell’impostazione data.

Il film (ITA-BELG, 19) andava delineandosi come una vicenda leggendaria, ma avvolta nei colori di una rigorosa e puntuale documentazione archeo-antropologica; che rimandava quell’auroralità ancestrale, illuminata dalla consapevolezza di cui era investita, nelle forme di una intensa e pervasiva sacralità primitiva, ma organica. Che era il veicolo più forte, e l’unico in quei tempi, che creasse le condizioni, e l’orizzonte di senso fondativo di comunità, che poi sarebbe stata Roma.

Altrimenti non avrebbe avuto spazio la stessa trasposizione della leggenda. Voglio dire: non è “semplicemente” un Apocalypto all’amatriciana. Mi riferisco al titolo di Mel Gibson del 2006, fortemente innovativo, dove l’azione spasmodica e violenta era incorniciata nel cultura e nel mondo dei Maya, la popolazione precolombiana residente nello Yucatan messicano: e dove si parlava la lingua primitiva attribuibile a quei popoli.

Così come lo stesso Gibson aveva rivisitato cinematograficamente e ambientato “La Passione di Cristo” (04) nella sua epoca storica e nel mondo latino-giudaico: e anche in questo caso i personaggi parlavano la variante d’uso militare del latino del tempo e l’aramaico. Però, mentre Gibson ha “montato” due grandi spettacoli pop, di qualità e di originale e potente impatto visivo, oltre che di successo; Rovere, che fa parlare i suoi personaggi in un corretto e scientificamente attendibile proto-latino arcaico, ha messo a punto un’operazione più ambiziosa e sofisticata dal punto di vista tematico. Sempre sorretta, però, da una costante ricerca stilistica e anche visuale.

Egli ha riflettuto e si è chiesto, lui stesso, in qualità di sceneggiatore, insieme agli altri due, suoi habitués, Filippo Gravino, Francesca Manieri, su quali erano, o potevano essere i fondamenti e gli elementi di originalità che hanno portato alla nascita di Roma, una delle tante città-stato del territorio, e sulla carta con molti punti di debolezza, rispetto ad altre comunità vicine e non, all’epoca più potenti (come Albalonga, ad es.); ma la cui unicità nel Mondo Classico-antico è sempre stata sottolineata; e come poi questa cittaducula tra le tante, sia diventata “la Città “ (Urbs) in grado di unificare l’intero Mediterraneo, subentrando al dominio greco-ellenistico, che con Alessandro Magno aveva già aggregato tutto l’Oriente persiano. Indubbiamente, la consapevolezza religiosa è stato uno degli elementi identitari di più forte unione: ma era comune a molte delle realtà del tempo: basti pensare alla vicina etrusca Cere.

No, ci deve essere stato un elemento più caratterizzante e originale. E qui entra il tema del film, per come ci è proposto dal regista: quell’elemento è proprio nel modo della sua nascita.

Un re, Remo, perché è lui il primo che si autoinsignisce del ruolo, è stato rovesciato perché voleva ripercorrere le stesse strade degli altri reges locali: supremazia violenta e ristretta; e controllo su tutti quelli che erano diversi dal gruppo iniziale esclusivo ed escludente. Invece Romolo nel film vuole portare il senso della compassione, della solidarietà, e difendere l’elemento aperto ed inclusivo che era stata fino ad allora la loro forza, e li aveva aiutati a sopravvivere, anche contro gli invincibili cavalieri di Albalonga.

Egli sviluppa su questa precisa linea il consenso e l’avallo della religione; così crea l’originalità di Roma. La città è nata e prospererà perché accoglie elementi di diversa provenienza: anzi propriamente “i reietti”, come dice nel finale. Ed è questa diversità, storicamente documentata, che da elemento di debolezza, diventa elemento di forza. Invincibile. Non a caso il protagonista è inizialmente il più forte e determinato, Remo.

Egli nasce per primo tra i due nella consapevolezza del rapporto di protezione del fratello, più fragile, ma più lungimirante. E’ colui che assume su di sé i primi rischi, per amore del fratello. Ma è quello che non comprende l’evoluzione necessaria di quelle dinamiche, che egli peraltro ha contribuito a creare. Il conflitto tra i due è la parte drammaturgica più forte e narrativamente intensa del film; la più bella emotivamente.

I due attori, Alessandro Borghi (Remo) e Alessio Lapice (Romolo) sono assolutamente di grande maturità. Il conflitto si sviluppa in modi eschilei-euripidei al cospetto-mediazione fondamentale della Vestale del fuoco, colei che esprime la continuità della presenza della natura nel rapporto tra gli uomini, mantenendo sempre acceso il fuoco.

Nel senso che la natura aveva un’anima che lei era in grado di “leggere”: in quell’epoca l’alito della divinità si celava in ogni singolo elemento di vita. E’ lei che lo individua, lo interpreta, lo illustra, anche soffrendo nella consapevolezza dei dolori e conflitti che arreca: l’attrice che interpreta la prima vestale Satnei, Tania Garribba, è di una potenza visuale impressionante, per la ricchezza e incisività delle sue sfumature.

Ma queste attente riflessioni tematiche diventano linfa vitale all’impostazione immaginifica, epica e d’azione; oltre che cromatica del film. Il direttore della foto, il bravo Daniele Ciprì, ha usato tonalità “aperte” di inquadratura, grazie a ottiche sperimentali (tipo “Revenant/Redivivo” con Di Caprio; e, come è stato detto, il cinema di Terrence Malick).