La droga, le curve, Adl e le narrazioni tossiche. Cui prodest?

Il sogno di uno stadio senza ultrà da un lato, quello di Napoli senza Adl dall'altro. A chi giova?

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Narrazione tossica, ora nel vero senso della parola. Si è detto più volte che alla base della situazione ormai esplosiva che si è creata a Napoli, con De Laurentiis e i filopresidenziali da un lato e gli antiadl e in particolare le curve dall'altro c'era alla base una narrazione volta ad avvalorare una parte o l'altra contribuendo a fomentare il conflitto. Tossica, appunto. Oggi si arriva addirittura alla droga e dunque la narrazione diventa tossica nel vero senso della parola.
Adl, nel solito effluvio verbale andato in scena ieri ha parlato delle curve del San Paolo come una sorta di Sin City: si spaccia droga, vige un regime delinquenziale, addirittura con gli steward (di dipendenza del Napoli) ammanicati con la malavita.


Che nelle curve del San Paolo “i cannoni” siano una costante non è un mistero, che ci sia chi li porta è consequenziale, che oltre a erba e fumo si venda altro è possibile, ma la cosa non trova riscontri in ambienti investigativi (e il San Paolo è zeppo di telecamere che agevolerebbero eventuali indagini) che tra le presenze che affollano i due settori popolari ci siano anche frequentatori dalle non nobili parentele e con fedine penali chiacchierabili è realtà, ma il sillogismo conseguente è forzato. E in ogni caso, anche se fosse, sarebbe un po' come il concetto di discoteca: c'è quello che si cala una pasta, c'è quello che gliela vende, in mezzo a una maggioranza che è lì per ballare.


Il problema è appunto la narrazione: De Laurentiis vuole un Napoli senza curve, senza ultras. Le curve, gli ultras, vogliono un Napoli senza De Laurentiis: non si esce da qui e dalle narrazioni, tossiche, contrapposte.
Gli striscioni che contestano a De Laurentiis gli sforzi mancati per le vittorie, le politiche illusorie, le promesse non mantenute sono la narrazione ultras che trovano d'accordo anche chi ultras non è, ma “antipatizza” con Adl per vari motivi o non ne gradisce , legittimamente, la gestione. Le intemerate verbali, le offese ai tifosi, il perenne ricordo a Paestum, ai palloni, a Naldi e a Corbelli oltre alle ripicche sul costo dei biglietti in curva e al disegno di uno stadio nuovo e per “elites” è il controcanto delaurentisiano. In mezzo c'è ormai un clima di guerra civile: basta guardare ai social, in un perenne e quasi totale derby tra presidenzialisti e anti, senza quasi guardare alla squadra.


Portare avanti un discorso del genere è pericoloso, per tutti: uno stadio elitario, come sogna De Laurentiis, con i salottini, i flutes e la r moscia non va bene laddove c'è una delle poche squadre “popolari” in Italia. Una delle forze del Napoli è sempre stata la sua meridionalità, mediterranea e latina, con un tifo caldo, rumoroso, colorato: le tribune a Napoli sono quelle che fischiano Insigne e Cannavaro, se ne ricordi De Laurentiis e soprattutto chi soffia sul fuoco teorizzando seconde squadre dei contestatori e scemenze simili.


Le curve allo stesso tempo non devono essere ostaggio di clan e spacciatori: su questo va dato atto a De Laurentiis di aver, com'è giusto che sia, evitato una situazione simil Stadium in cui la società dialoga con ras della fossa e simili, si ricorderà cos'accadde in B col Frosinone ad esempio, e i petardi che scoppiavano a mò di ricatto. Ma questo è materiale per commissariati e procure: De Laurentiis non può fare pure il poliziotto, punendo 19500 “curvaioli” per bene per 500 delinquenti.
I blocchi contrapposti e le contrapposte narrazioni tossiche non portano utili a nessuno, in particolare al Napoli, chiamato nei prossimi anni a competere oltre che con la Juve anche con un Inter che torna competitiva coi soldi di Suning, Marotta e forse Conte e così anche il Milan, presto o tardi destinato a tornare sul alti livelli.