di Andrea Fantucchio
“La mattina recito il Rosario in villa comunale perché qui non c’è un giardino: ho bisogno del contatto con la terra. Ma ringrazio tutti, anche la stampa, per l’ottima accoglienza ricevuta”. Il nuovo vescovo di Avellino, Arturo Aiello, questa mattina si rivolge ancora alla città: dopo la serata di presentazione dello scorso venerdì.
Parole, quelle dell’Alto prelato, che sono fortemente ancorate al contesto nel quale andrà a esercitare il suo ruolo e in generale con le esigenze della comunità: Aiello è poco teorico, molto intelligente e colto, non ostenta mai la propria erudizione, e parla con le parole del cuore. Dopo il saluto alla città alla quale si è presentato come, “Uno dei tanti cittadini di Avellino”, oggi parla del valore del lavoro e del dialogo coi cittadini.
“Un proverbio napoletano - spiega Aiello sorridente - a me tanto caro, dice che: “Non bisogna fare debiti con la bocca”, è per questo che non avremo un’agenda, ma agiremo in base alle esigenze dei cittadini che abbiamo il compito di servire. Non vengo dal mondo accademico della Chiesa, mi definisco un manovale: non sono troppo bravo con le teorie. E’ la prima volta che mi misurerò con quella che definisco, “una vera città”, come Avellino: con le sue gioie e le sue piaghe. Sono qui in osservazione, non vi aspettate proclami: significherebbe fare una diagnosi senza conoscere i malati”.
Aiello è molto più rilassato rispetto a venerdì pomeriggio, complice anche la diversa location. Si sente a casa e inizia a parlare proprio di quella nuova provincia che l’ha accolto.
“Ho avuto una buona impressione, sia durante l’insediamento, situazione più formale e ingessata, che durante le visite alle due parrocchie che ho avuto la fortuna di visitare”.
Un passaggio obbligato anche su tematiche delicate come l’assistenza alle fasce deboli e ai “nuovi poveri”: chi per ragioni economiche deve rinunciare a costituire una famiglia.
“Non parlerò a delle anime, ma a delle persone con delle paure e delle angosce. La Caritas locale svolge un ottimo lavoro, purtroppo sono duemila anni che la Chiesa diventa spesso surrogato delle istituzioni deputate al supporto sociale (ricovero dei malati e dei bisognosi) con tutte le conseguenze che una simile situazione determina: spesso una sproporzione fra risorse a disposizione e ruolo da svolgere. Tenteremo di fare di più, ma si tratta pur sempre di una supplenza”.
Per quanto riguarda la divisione dei ruoli, Aiello annuncia che non si tirerà indietro quando ci sarà da vigilare sull’operato delle istituzioni.
“La Chiesa può e deve educare i giovani all’impegno politico: un problema, nel dopoguerra, è che ci sono stati padri senza figli. E così non si è tramandata l’arte della “Polis”: la “Politica” ha pensato più a consolidare le proprie posizioni che a immaginare un futuro. Rispetto a queste tematiche, vitali per una comunità, il ruolo della Chiesa è essenziale: deve svolgere un’attività di controllo. Non voglio fare “il gesuita”, ma credo si possa attivare in diocesi un itinerario al prepolitico e poi al politico: affinché la classe dirigente di domani possa crescere e formarsi. Tutti devono avere dei figli, anche i politici. In passato questo non è accaduto e, spesso, abbiamo assistito a una gerontocrazia(governo degli anziani). Eppure Stati più importanti sembrano perseguire altre strade: scommettendo sui giovani, facendo fiorire le rose che ognuno di loro rappresenta. Noi dobbiamo fermare la fuga dei ragazzi: senza di loro non c’è futuro”.
