E' il copione che va in scena in quasi tutti i processi di questo tipo. Si è ripetuto puntualmente, praticamente con le stesse modalità. I testimoni chiamati a ribadire in aula, lì dove si forma la prova, le dichiarazioni rese alla polizia giudiziaria durante le indagini preliminari; la perentorietà delle loro affermazioni dell'epoca che prova in alcuni casi, non in tutti, a scivolare, ma inutilmente, nel 'non ricordo', nel 'no, non è così' pronunciati durante il dibattimento. 'Ingredienti' che si sono miscelati anche in quello a carico di Arturo Sparandeo, 63 anni, del figlio Luigi, 27 anni, e di Raffaele Mirra, 37 anni, di Benevento, che giusto un anno fa erano stati arrestati – l'ordinanza a carico di Mirra era poi stata annullata dal Riesame – in un'indagine dei carabinieri e della Dda su una serie di estorsioni, anche tentate, aggravate dal metodo camorristico, compiute in città nel 2012 ai danni di alcuni commercianti. Sono stati ascoltati, citati dal Pm, nel corso di un'udienza terminata intorno alle 17, scandita dalle domande incalzanti del procuratore reggente Giovanni Conzo, che ha sostenuto la pubblica accusa, da quelle dei difensori – gli avvocati Fabio Russo, Lucio Iuliano, in sostituzione dei colleghi Gerardo Giorgione e Raffaele Tibaldi, e l'avvocato Viviana Olivieri, anche per Vincenzo Sguera – e dai ripetuti inviti a dire la verità, perchè obbligati a farlo, che il presidente del collegio giudicante Sergio Pezza (a latere Anita Polito e Andrea Loffredo), ha rivolto ai testi.
In due hanno ammesso di aver fornito vernice e bombola di gas ad Arturo Sparandeo e di non aver incassato il corrispettivo, in un caso addirittura non chiesto. Il motivo? Nessuna minaccia, ma la paura, quella sì, di ritorsioni. Paura, come quella di cui aveva avuto percezione il titolare di un'altra attività quando Arturo Sparandeo si era presentato da lui per chiedergli, “con modi che avevo avuto l'impressione fossero intimidatori”, di non denunciare il familiare di un costruttore con il quale aveva un contenzioso.
Paura, la stessa provata dai legali rappresentanti dell'associazione sportiva alla quale il Comune, agli inizi del 2006, aveva dato in concessione il campo di contrada Capodimonte. Ecco perchè, quando si erano sentiti chiedere da Arturo Sparandeo la gestione dell'impianto, avevano accettato di consegnargli le chiavi. “Abbiamo poi cercato di estrometterlo, non dandogli le bollette della luce che dovevano essere saldate. L'energia elettrica venne staccata, lui le chiese, minacciando di dar fuoco alla struttura, e dopo averle ottenute le pagò....”. Un campo, quello di Capodimonte, sul quale è stato chiamato a riferire anche l'ex sindaco Fausto Pepe, che ha ricordato le tante segnalazioni relative ad episodi di vandalismo e alla frequentazione della struttura da parte di persone ritenute poco raccomandabili.
Infine, il colpo di scena. Con la deposizione, dopo quella del rappresentante di un'altra società sportiva, di un imprenditore che, secondo gli inquirenti, sarebbe stato costretto da Arturo Sprandeo ad assumere una donna. Anche lui ha spiegato di non aver subito minacce, e di aver fatto una libera scelta. Parole che non hanno convinto il giudice Pezza, che ne ha ordinato la trasmissione alla Procura, perchè valuti se esista la falsa testimonianza. In cauda venenum, il veleno nella coda.
Esp