Benevento

Facile come bere un bicchiere d’acqua. Già, ma come facciamo ad essere certi che ciò che esce dai nostri rubinetti sia un liquido inodore, incolore, insapore, e soprattutto salubre? Per rispondere all’interrogativo bisogna fare un tuffo nelle dinamiche che regolano la macchina dei controlli. Un’architettura che si regge in particolare su due gambe, ente gestore e Azienda sanitaria locale, ma che assegna compiti importanti anche ai sindaci e all’Azienda di protezione ambientale (Arpac). A dettare tempi e modi delle verifiche sulla potabilità dell’acqua ad uso umano è il Decreto legislativo 31/2001 secondo il quale i controlli si articolano su due binari:?«interni», ovvero quelli effettuati dagli enti gestori, ed «esterni» che competono alla Asl. Dalle verifiche incrociate dei due livelli scaturisce un monitoraggio periodico della salubrità delle acque erogate. O, per meglio dire, del rispetto dei parametri sanitari minimi necessari perchè l’acqua possa essere definita potabile, ovvero la presenza entro i limiti di legge degli elementi chimici e microbiologici costitutivi. Il superamento anche di uno solo di tali parametri determina la «non conformità» della fornitura idrica all’uso potabile.

Le anomalie
Condizione che si verifica molto più spesso di quanto si possa immaginare. Lo scorso anno il servizio Igiene pubblica della Asl ha effettuato 59 segnalazioni di non conformità sui 1.031 campioni prelevati lungo i 204 punti di osservazione individuati in provincia di Benevento (perlopiù serbatoi, fontane e strutture pubbliche). In alcuni casi le successive verifiche, affidate all’Arpac in contraddittorio con il gestore, hanno ridimensionato il problema. Laddove invece le repliche degli esami di laboratorio hanno confermato la segnalazione iniziale, l’Asl ne ha dato comunicazione ai sindaci che hanno emesso ordinanze di divieto dell’uso potabile dell’acqua. Tra i comuni coinvolti Sant’Arcangelo Trimonte, dove da anni va avanti un singolare balletto di chiusure e riaperture dei rubinetti, Casalduni, Paduli, Pietraroja, Tocco Caudio, Sant’Agata de’ Goti, Pesco Sannita, Pietrelcina, Paduli, Pannarano. In parallelo alle verifiche della Asl viaggiano gli «allarmi» lanciati dai gestori responsabili dei controlli su sorgenti, pozzi e sulla intera rete di adduzione. Il Consorzio interprovinciale Alto Calore, il principale fornitore idrico del Sannio con 33 comuni serviti, nel 2014 ha riscontrato 4 non conformità su 926 prelievi. Gli episodi hanno riguardato Pontelandolfo (in due punti), Pago Veiano, Reino. Dalla società con sede ad Avellino è partita quindi la richiesta ai sindaci interessati finalizzata alla emissione di ordinanze di divieto, fino al ripristino delle condizioni minime per la potabilità.

Le sostanze inquinanti
Quali sostanze contaminanti sono state rinvenute nel prezioso liquido? «Perlopiù - spiegano i funzionari del servizio Igiene pubblica della Asl - riscontriamo la presenza di cloro in eccesso, nitrati, o il mancato rispetto dei parametri di legge relativi all’esame microbiologico. E dunque batteri coliformi, in alcuni casi escherichia coli, o altri parametri come la torbidità che non rappresentano di per sè un inquinamento ma vengono considerati comunque indicatori. In generale possiamo affermare che in provincia di Benevento non ci sono situazioni di particolare rischio».

I tempi
Una variabile fondamentale nella gestione della delicata materia è quella relativa alla periodicità dei controlli. Ogni quanto tempo le acque che beviamo sono sottoposte a test? «Per ogni comune - spiegano ancora dall’Asl - svolgiamo non meno di quattro controlli l’anno». Il che vuol dire mediamente una verifica di routine ogni tre mesi, forse un po’ troppi in un’epoca caratterizzata purtroppo da elevati livelli di inquinamento e dalla non trascurabile minaccia terroristica. Le ispezioni chiaramente si fanno più frequenti allorchè si è in presenza di valori abnormi. E i tempi di risoluzione delle problematiche sono solitamente rapidi: «Nello scorso anno - riferisce Katia Muscetta, responsabile laboratori di Alto Calore - tutte le procedure relative a valori anomali sono state concluse da un minimo di 6 e un massimo di 13 giorni. Tempi tecnici necessari tutto sommato brevi nei quali comunque sono state informate le autorità locali».

L’informazione ai cittadini
Tempi nei quali, però, i cittadini ignari bevono acqua non perfettamente potabile. Almeno fino a quando i sindaci non provvedono a informare la cittadinanza con la emissione di apposite ordinanze di divieto, adempimento che talvolta arriva a svariati giorni di distanza dall’avvenimento critico, che a sua volta potrebbe essere riscontrato a inquinamento in corso già da giorni. «Non è possibile - ammette il direttore di Alto Calore Servizi, Eduardo Di Gennaro - un monitoraggio quotidiano. Ciò nonostante, le acque ad uso domestico sono controllate molto più spesso di quanto non lo siano quelle in bottiglia».

 

E i dati sulla qualità sono un miraggio Alto Calore ferma al 2013 per molti comuni

La verifica della potabilità è il «minimo sindacale» da garantire ai fruitori dei servizi idrici. Ma pur non essendoci precise disposizioni di legge, i gestori sono comunque tenuti a informare i cittadini - utenti circa la qualità delle acque che erogano. Una buona pratica che i principali player del settore rispettano solo parzialmente. Alto Calore pubblica nella apposita sezione del proprio sito internet dati che risalgono nella maggior parte dei casi al 2013. Riscontri che peraltro riguardano la media annua e non la rilevazione puntuale dei singoli controlli, con l’inevitabile «annacquamento» delle risultanze. Non compaiono peraltro i parametri microbiologici e le tabelle informative si limitano alla elencazione dei valori chimici. Non a caso risultano in regola anche comuni (emblematico il caso di Sant’Arcangelo Trimonte) che ripetutamente hanno fatto registrare valori difformi da quelli previsti dalla normativa sulla potabilità. Lacune gravi che i soggetti gestori devono colmare al più presto.

di Paolo Bocchino