Avellino

di Luciano Trapanese*

E' morta al Moscati, poi l'hanno trasportata in una stanzetta dell'obitorio (due metri per due), seminuda, con indumenti intimi non suoi, a pochi centimetri da scarpe e sacchi di plastica ricolmi di resti ospedalieri.

E lì, abbandonata come un oggetto, in quella specia di ripostiglio, è stata vista dai suoi parenti. Che sono rimasti sgomenti.

Il figlio, M.E., avellinese, tra le lacrime ha trovato la forza di documentare quell'incubo. Di fotografare il corpo di sua madre, abbandonato senza nessuna dignità.

E' accaduto all'ospedale Moscati di Avellino. La signora era ricoverata da sette giorni nel reparto di rianimazione, a causa di un infarto. I suoi familiari l'hanno assistita continuamente. Non si può certo dire che sia stata lasciata da sola, in balìa della sua malattia.

Hanno anche chiesto, per esaudire il desiderio della paziente, di trasferirla a casa. La donna voleva morire nel suo letto. E' stato detto di no: il regolamento non lo permette. E così è rimasta al Moscati, dove il suo cuore si è fermato per sempre.

Fin qui niente da segnalare. Lo sconcerto arriva dopo. In quella parte di obitorio, tra sacchetti di plastica, scope, un tavolaccio e un corpo abbandonato senza rispetto.

Nella stanza affianco, il corpo di un 30enne. Che forse doveva essere sottoposto ad autopsia.

I familiari della donna hanno avvisato i carabinieri della compagnia di Avellino. I militari sono arrivati poco dopo nell'obitorio e hanno visto la scena. Hanno ascoltato alcuni degli addetti, cosa ci fosse in quei sacchi abbandonati vicino al cadavere (molto probabilmente materiale di interesse giudiziario), sentito il personale che ha curato la donna nella sala di rianimazione, e chiesto per quale motivo alla signora fosse stato messo un indumento intimo non suo e trasportata in obitorio in quel modo (seminuda e con dei pettinini non suoi tra i capelli).

A questo punto potrebbe essere avviata una inchiesta giudiziaria.

Difficile stabilire al momento il tipo di reato che si potrebbe ipotizzare nei confronti di eventuali responsabili di questo episodio.

«Siamo indignati – hanno dichiarato i familiari della donna -. Vogliamo che questa notizia trapeli e che la magistratura indaghi, affinché non accada main più. Oltre al dolore per la scomparsa di un nostro caso, abbiamo anche dovuto assistere a questo spettacolo indegno. Questo sconcio, questo degrado, deve finire. Un morto merita rispetto. Merita attenzioni. Non può essere trattato come un oggetto e abbandonato tra i rifiuti. Non può esistere nessun tipo di giustificazione».

L'inchiesta degli inquirenti dovrà ora accertare se per quel cadavere abbandonato tra le buste qualcuno è responsabile. Ma comunque sia: che non accada mai più. Per rispetto di chi è morto e dei suoi congiunti.

 

8 luglio 1999

Anche mia madre finì in quel modo

Poteva andare diversamente. Poteva andare peggio. M. A. parla con un groppo alla gola. Proprio ieri mattina L'anniversario del decesso della madre, Francesca G. Una coincidenza che ha dell'incredibile. Anche la signora Francesca subì la stessa sorte della signora A. F.: deceduta presso il reparto di Cardiologia, il corpo è stato ricomposto in uno stanzino, tra spazzatura e scope. I familiari l'hanno ritrovata seminuda, con indumenti intimi che, tra l'altro, non le appartenevano neppure. «Quelle immagini che avete pubblicato - spiega M. A., originario di Andretta - mi hanno riportato a quel terribile giorno di quindici anni fa. Mia madre era ricoverata presso il reparto di Cardiologia, al Moscati. Intorno alle 18 chiamiamo in ospedale per sapere le sue condizioni. Dall'altro capo del telefono ci rispondono senza tentennamenti: Ma come, non lo sapete? La signora è morta questa mattina, alle 10. Ci precipitammo al Moscati e trovammo nostra madre su un tavolo di marmo, in mezzo all'immondizia. Queste sono cose che non si dimenticano, vi garantisco. Nessuno di noi pensò a fare quello che giustamente ha fatto M. R.. Il dolore ci accecò. E non sa quanta rabbia ho provato a scoprire che dopo quindici giorni anni, le cose vanno ancora allo stesso modo. Fate bene ad andare fini in fondo a questa vicenda. Devono smetterla con questa sanità disumana e irriguardosa».

Già, il rispetto. Difficile ottenerlo per i vivi, figuriamoci chiederlo per i morti.

Il giorno dopo la pubblicazione delle foto, ecco che quel mostro di indifferenza che può essere il Moscati inizia a dare segni di insofferenza. Gli addetti al servizio di Tanatologia si difendono, parlano di serie di circostanze che hanno determinato l'incidente. Ma la signora A. F. in quello stanzino, da sempre utilizzato per effettuare le autopsie, da qualcuno ci è stata portata. Certo, prassi non scritta vuole che i malati terminali vengano restituiti alla famiglia, per dare loro la possibilità di evitarsi un freddo e triste obitorio. Ma la signora A. non ha potuto godere del beneficio perché tenuta in vita da respiratori: «Se avessimo staccato i macchinari - tiene a precisare il primario del reparto di Rianimazione - l'avremmo uccisa. Ecco perché abbiamo mantenuto il ricovero fino all'estremo».

Le foto scattate dal figlio della defunta, M. R., sono state un'arma letale anche per i più incalliti fra i burocrati. Una evidenza schiacciante ed una brutalità innegabile. E allora gìù con le spiegazioni, le limature. I sacchi della spazzatura vicino al corpo della signora? Roba sequestrata dalla magistratura: abiti appartenenti alle vittime della sciagura di Quindici e lasciati in quello stanzino dopo le autopsie effettuate dal professor Paolo Picciocchi. Ma resta il dato e l'imbarazzo di chi dovrebbe imparare ad arrossire.

 

9 luglio 1999

Il Moscati chiede scusa

«La direzione sanitaria porge le scuse alla famiglia». Termina così un comunicato stampa firmato dal direttore sanitario dell'ospedale Moscati, Ubaldo Taddeo, e indirizzata ai parenti della donna lasciata, dopo il decesso, in uno stanzino adiacente all'obitorio, seminuda e in condizioni indecenti per il rispetto che dovrebbe circondare le persone defunte.

Si legge nel comunicato: «La direzione sanitaria esprime la pietà cristiana per la defunta e presenta la solidarietà umana ai parenti».

Poi si cerca di spiegare l'accaduto: «Il giorno cinque luglio sono avvenuti tre decessi in ospedale. La signora è spirata nel reparto di Rianimazione e rimossi i cateteri, le cannule e i tubi, la salma è stata avvolta in un lenzuolo, come si fa in questi casi e trasportata in Tanatologia, dove erano già due salme. E' stata deposta provvisoriamente – continua il direttore sanitario – nell'ultima stanza, per la dovuta composizione del corpo, che viene successivamente presentato ai familiari e amici. Si trattava quindi – spiega Taddeo – di appoggio del tutto temporaneo per il tempo strettamente necessario alla preparazione della salma. La stanza, pulita, conteneva reperti dell'autorità giudiziaria, confezionati in buste su ripiani, carrelli sanitari speciali, senza nulla di sporco giustificandosi anche la presenza di qualche scopa. Questi i fatti – conclude Ubaldo Taddeo – con il rammarico perché l'accesso dei parenti a questa sala mortuaria di preparazione sia avvenuto contro la volontà degli addetti al servizio e perché si sia raffigurato un evento di morte, di per sé sofferto, in maniera impietosa».

Un comunicato che spiega e si scusa. Inviato agli organi di informazione, ma indirizzato direttamente ai parenti della donna scomparsa.

Ma basteranno quelle parole a quella famigli ferita in modo così profondo? E soprattutto: si eviterà che episodi come questo si ripetano nel Moscati e in altri ospedali?

 

*Questi articoli sono stati pubblicati sull'edizione cartacea del quotidiano Ottopagine tra sette e il nove luglio del 1999