Avellino

 

di Andrea Fantucchio

Che l'uomo dinanzi a noi sia speciale ce ne accorgiamo subito guardando una teca che contiene congegni stranissimi: lattine di coca cola dalle quali fuoriescono fili legati ad una telecamerina e un'antenna che spunta da una cintura con l'ammiccante coniglietto di Playboy.

(Guarda la video-intervista cliccando sulla foto di copertina. E scopri tutti i segreti di Sergio. Con i congegni utilizzati nelle sue operazioni)

Sembrerebbe il laboratorio dell'ispettore Gadget e invece Sergio D'Amore è la versione nostrana dell'immortale Philip Marlowe, detective privato nato dal genio di Raymond Chandler.

Attivo ad Avellino dal 1974, con la sua C.I.A (agenzia di investigazione privata), D'Amore ha partecipato a centinaia di casi e pedinamenti che spaziano dalle richieste private: legate per lo più a storie di corna o indagini su giovani che utilizzano stupefacenti.

(La gallery a fine articolo)

Ad inchieste che l'hanno visto lavorare fianco a fianco con le forze dell'ordine. Una su tutte lo condusse a Firenze per una retata durante i celebri anni di piombo.

Ma andiamo con ordine. Nello studio sovrabbondante oltre che di gadget anche di libri di diritto e filosofia, ci accoglie un uomo che nasconde benissimo i suoi sessantatré anni nonostante delle leggere calvizie incipienti.

Sorriso gioviale, camicia a quadri gialla e celeste, giacca scura dalla quale spuntano mani callose e agili. Sempre in movimento senza tradire agitazione.

L'investigatore ci fa accomodare. Ma prima di iniziare un suono acuto attira la nostra attenzione.

«Scusa un attimo – dice Sergio, scostandosi la montatura dei suoi Reiban Viola – stiamo lavorando su un pedinamento proprio ora. Diciamo in diretta».

E mi mostra su un piccolo display con gps collegato ad un'automobile di un uomo che abita in provincia di Avellino. Per seguire i suoi spostamenti.

Non riveleremo il paese per ovvi motivi. Ma centra sempre un'infedeltà coniugale.

«Quando ho iniziato – racconta D'Amore – era il 1970. Avevo da poco finito il servizio militare. E non sapevo che farmene della mia vita: l'unica attrazione era per i corpi di polizia. Poi mi sono fatto vincere dalla storia familiare. Ho due zii uno a Roma e uno a Napoli che hanno agenzie di investigazione privata. Mio fratello maggiore ne aveva appena aperta una a Salerno, la Continental. E così feci apprendistato presso di lui».

Poi Sergio si accorse che arrivavano da Avellino e provincia tante richieste per usufruire di un investigatore privato. Fu in quel momento che nacque la “C.I.A”. E oggi, dopo quarantadue anni di onorato servizio, si trova ancora lì in via Dante.

«Come le dicevo – racconta D'Amore – tante richieste venivano da donne o uomini che avevano paura di essere stati traditi. All'epoca però i tradimenti, vista anche la mancanza di Facebook e telefonia di ultima generazione, erano differenti. E non così tanti. Anche se più ingegnosi. Alcuni stratagemmi li abbiamo scoperti noi investigatori durante la nostra attività. Per esempio si utilizzava spesso la tecnica del vaso».

«Quando – racconta d'Amore – si spostavano i fiori da destra a sinistra della finestre significava che l'amante aveva via libera. Ma anche persiane chiuse o aperte potevano fare la differenza fra una notte di passione rubata o una andata in bianco (ride ndr)».

Scoperte che spesso arrivavano alla fine di lunghi pedinamenti. Affiancati dalle prime tecnologie. Molto variava dai luoghi nei quali bisognava lavorare.

In un bar per esempio poteva tornare utile la lattina di coca cola con all'interno un registratore audio e video.

Mentre in moto si applicavano degli occhiali sotto al casco che permettevano di registrare tutto quello che accadeva intorno.

Altri occhiali, a specchio, permettevano di vedere cosa succedeva alle proprie spalle dando la schiena all'oggetto del pedinamento.

Li usiamo anche noi e possiamo assicurarvi che oggi, a trent'anni di distanza, sono ugualmente fantastici e pagheremmo per averli.

Un'emozione paragonabile solo a quella che ci assale quando D'Amore ci introduce nel vecchio archivio storico precursore dell'epoca digitale. Centinaia e centinaia di casi schedati.

«Non dimentichiamo – ci spiega richiamando la nostra attenzione – anche il piccolo registratore utilizzato nel programma Stranamore. O i primi deviatori di chiamata. Permettevano di poter ricevere la telefonata nell'abitazione della propria amante o del proprio amante mentre il coniuge pensava di aver chiamato in ufficio. Quanti ne abbiamo scoperti che usavano questo trucchetto».

In casi simili il compito dell'investigatore, spesso, non si limitava alla raccolta delle prove. Infatti tanti volevano cogliere il traditore sul fatto.

L'investigatore chiamava il proprio cliente avvertendolo dell'incontro galeotto ed ecco che andavano in scena spettacoli indimenticabili.

C'erano anche donne armate di mazze che distruggevano l'auto della rivale in amore.

«Ma – spiega D'Amore – ci sono anche tante storie dalla forte intensità emotiva. Per esempio all'inizio degli anni '70 una ragazza minorenne sparì in Irpinia. E noi ci mettemmo sulle sue tracce. Fu un viaggio che ci condusse fino a Firenze e culminò con una retata di polizia sul Ponte Vecchio. Avevo collaborato alle indagini e così io in quella calca che si era creata recuperai la giovane e la riportai a casa».

Spesso infatti la figura dell'investigatore, anche se per ovvi motivi deve rimanere anonima, si rivela fondamentale nelle indagini di polizia e carabinieri.

O in cause difensive nelle quali gli avvocati si avvalgono del detective privato per la raccolta di prove.

«L'importante – spiega D'Amore – oltre alla riservatezza è la ricerca della verità. Un principio che ritengo imprescindibile e che credo contribuisca allo sviluppo del contesto che viviamo. Le faccio un esempio delle cause lavorative: non immagina anche in provincia di Avellino o in città quanti casi di assenteismo e furti sul lavoro siano stati scoperti grazie a noi. Spesso sono gli stessi imprenditori che spingono affinché interveniamo personalmente».

Anche a bordo di mezzi ultra-tecnologici. Come il James Bond di Fleming, D'Amore ha il suo garage speciale. Non certo macchine super sportive ma un “furgone balena” che ha attirato i complimenti e anche qualche invidia, lecita, dei membri delle forze dell'ordine che hanno preso parte alle sue lezioni all'Università di Napoli.

Un furgone che fa da base operativa dotato di videocamere anteriori e posteriori e all'interno di tutta la strumentazione che permette di avere un quadro completo delle cimici e telecamere piazzate intorno.

Poi targhe che cambiano per sviare l'attenzione.

«I mezzi sono fondamentali – conferma D'Amore – oltre al furgone spesso ci muoviamo in moto. Più agile e dà meno nell'occhio. Essenziale nelle operazioni si rivela essere almeno in due: serve sempre un collega che può toglierti dai guai o assicurarti la dovuta copertura. Noi in agenzia siamo in sei e ci scambiamo con lo staff della Continental di mio fratello. Questo ci permette di abbattere i costi oltre ad avere una copertura di un territorio più ampio fra Avellino e Salerno».

Anche se spesso le indagini si possono spingere perfino fuori nazione. O addirittura in un altro continente.

Come quella volta che in Sud America l'investigatore irpino era sulle tracce di un imprenditore del salernitano.

L'uomo diceva alla moglie di dover andare fuori dall'Italia perché nell'America Latina le abitazioni da acquistare costavano meno. D'amore scoprì che invece l'imprenditore lì non aveva solo un'altra donna ma persino un'altra famiglia.

«Poi – racconta – ci chiamavano spesso tanti genitori che avevano qualche sospetto sui figli. Soprattutto dubbi legati al consumo di droghe. Noi li seguivamo e riuscivamo a schedare le loro compagnie e il consumo effettivo, qualora ci fosse, di stupefacenti».

Un lavoro sul campo che varia di caso in caso. L'inserimento di videocamere e cimici solitamente è sempre manuale. Poi, c'è persino chi invece contatta l'investigatore, perché sospetta di essere a sua volta seguito.

E sta a D'Amore e la sua agenzia scovare le cimici o i ripetitori attraverso altri strumenti, come il jumper dal nome indimenticabile, che ne evidenziano la presenza.

I costi di un'indagine variano da un minimo di milleduecento euro ad un massimo di quattromila. A seconda delle distanze coperte e delle ore di lavoro effettivo richieste all'investigatore.

«Per il futuro – afferma – sono sereno. Quando ho iniziato ero l'unico in Irpinia. Oggi siamo più di quaranta. Mi piace la competizione, mi stimola. Poi c'è mio figlio, Sergio D'Amore junior, che sta già studiando per prendere il mio posto. Ed è direttore della C.I.A. Il futuro dell'agenzia è quindi in buone mani, lui ha un'intuito straordinario. Lo porto con me da quando aveva quattordici anni».

«Per quanto mi riguarda – conclude - mi sono tolto tante soddisfazioni. Sono stato anche presidente Federpol ( Federazione Italiana degli Istituti Privati per le Investigazioni le Informazioni e la Sicurezza) per oltre vent'anni grazie alla fiducia dei miei colleghi. Siamo anche riusciti a raggiungere importanti obiettivi come impedire che alcune Prefetture ci vietassero l'attività di pedinamento nonostante il nostro ruolo accreditato – continua - Ma nonostante gli obiettivi centrati, ad andare in pensione non ci penso proprio. Credo che i giovani abbiano una marcia in più e vadano lanciati ma il lavoro sul campo non lo abbandono. Ogni inchiesta è una storia a sé e finisco sempre per emozionarmi. Sono nato detective e così voglio morire».