di Simonetta Ieppariello
La foto di questo racconto, di questo ricordo dovrebbe essere in bianco e nero. Questa è la storia di Antonio Annarumma un servitore dello Stato, per la cui scomparsa dopo 47 anni, non c'è un responsabile, un colpevole. Dopo anni non c'è la ricostruzione di una chiara ed esatta dinamica di quanto accaduto. Antonio Annarumma venne colpito alla testa da un tubo di ferro e morì, mentre lavorava per lo Stato per garantire la pubblica sicurezza nel primo scontro tra manifestanti e polizia degli anni di piombo, quelli della strategia del terrore. Succedeva 47 anni fa e oggi la sorella Carmelina, che vive a Monteforte, chiede che il ricordo resti vivo, che la morte di suo fratello Antonio sia di esempio contro ogni violenza. Annarumma era figlio di un bracciante agricolo di Monteforte Irpino, era nato a gennaio del 1947 e aveva indossato la divisa grigioverde delle Guardie di Pubblica Sicurezza, ancora 18enne.
Durante uno dei primi scontri, contestazioni di piazza violenti degli "Anni di piombo" è diventato il primo rappresentante delle forze dell'ordine ucciso in uno scontro tra manifestanti e polizia. E, secondo alcuni, fu la prima vittima della "strategia della tensione".
Era un mercoledì di novembre di esattamente 47 anni fa. E da allora nulla è stato stabilito con chiarezza. L'autopsia spiegò che Antonio Annarumma venne stato ucciso con un tubo di ferro usato come lancia che gli ha sfondato il cranio colpendolo. Quello che resta nella storia dell'Italia moderna è una morte senza colpevoli. Un morto di dovere.
Le indagini sono scorse tra mille domande e troppi dubbi. Versioni contrastanti e gli stessi organi di informazione che restituirono verità diverse tra loro. Ma quelle violenze si svilupparono secondo un copione che ancora oggi si ripete e che inquieta: tra cortei che scivolano a volte tra opposte fazioni, quasi a collidere con la tensione che tante volte sale alle stelle e le forze dell'ordine chiamate a governare, a portare la sicurezza. Sempre e comunque.
Quel maledetto mercoledì si scatenò il solito inferno con lo scontro diretto tra manifestanti e forze dell'ordine. Poi il buio, la folla, i lanci, le percosse e Antonio Annarumma agonizzante sanguinante, che dopo poco spirò.
“Quando vedo in televisione le immagini di scontri con la polizia penso sempre a mio fratello e mi domando perché lo fanno. I poliziotti sono lì per dovere”. Così la sorella Carmelina, che vive a Monteforte Irpino, paese d’origine dell’agente all'Agi. “Era partito per il servizio militare – racconta all’Agi l’anziana sorella – e poi ha deciso di raffermarsi nella polizia. Il giorno in cui superò i test, telefonò a casa ed era contento”. Giovane, appassionato e convinto di avere una vita davanti, Antonio Annarumma è morto di dovere, in una Italia che stava per vivere una delle fasi più buie della sua storia.
Il processo non ha individuato i responsabili. “Non abbiamo saputo più niente – dice con amarezza Carmelina Annarumma – e forse non sapremo mai niente. Solo il ricordo è ancora vivo”. Ogni anno al cimitero di Monteforte Irpino, dove è stato eretto un monumento del giovane agente, si tiene una cerimonia alla quale partecipano anche le scuole del Comune irpino. Ci sarà anche oggi con il questore Luigi Botte e altri referenti delle forze dell'ordine. “I ragazzi mi chiedono sempre come fosse mio fratello e perché aveva scelto di entrare in polizia – racconta ancora Carmelina all'Agi – e io dico che era un bravo ragazzo, pieno di speranze e che era contento del lavoro che faceva. Purtroppo è andata così”.