“E’ più facile spezzare un atomo che un pregiudizio”.
Non ha forse ragione Albert Einstein? Non ci ritroviamo ogni giorno circondati da persone che si ritengono superiori e quindi in dovere di giudicare? Per le ragazze che giocano a calcio questa è una storia sentita e risentita.
Sono Erika, ho sedici anni e gioco a calcio, in serie C, nell’Irpinia Sport. Sin da piccola mi è capitato innumerevoli volte di sentirmi dire che «il calcio è uno sport prettamente maschile» o «che schifo, è vero che sono tutte lesbiche?», o ancora «non puoi giocare a calcio, è meglio la danza, più femminile».
Ho provato la danza. Per tre anni, con scarsi risultati. Nel sud poi, la situazione è ancora più critica rispetto al resto del “Bel Paese”. Ci sono ragazze di talento che non avrebbero problemi a giocare con gli uomini. E invece, in dodici anni mi è capitato di sentire di tutto. E anche peggio.
Da piccola è successo spesso di incontrare bambini che si rifiutassero di giocare con me. Per il mio sesso, è chiaro. Mi prendevano anche in giro, nonostante volessi dimostrare che si sbagliavano. Che ero in grado di sfidarli. Che ero più forte di loro.
Ho visto mamme che si rifiutavano di far avvicinare le loro piccole barbie, quasi io potessi infettarle con la mia passione. Crescendo poi, sono iniziate le battutacce. C'erano ragazzi che non mi consideravano più un loro avversario, ma una ragazza con seno e sedere.
E infine, ho conosciuto davvero tante persone omofobe. In Italia – e lo sapete bene - si accosta con facilità la figura della calciatrice alla ragazza lesbica. Proprio come accade ai ballerini: «Sono tutti gay».
Mi sono sempre chiesta, ma quante persone come il Presidente della Figc, Tavecchio (quello che: soldi al calcio femminile? Ma sono tutte lesbiche), dov’è che hanno lasciato la propria intelligenza? Non si può fare qualcosa di appena insolito, fuori dagli schemi, che subito c'è l'esigenza di appioppare un'etichetta!
Si potrebbe rispondere a in due semplici modi: le persone omosessuali esistono in ogni ambito e non soltanto nel calcio o nella danza. E poi: ogni individuo è libero di fare ciò che vuole fin quando non danneggia nessuno (Vedi anche Articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo).
Mi chiedo perché nel 2016 le ragazze che giocano a calcio devono essere ancora discriminate? Non si potrebbe semplicemente accettare la parità della donna anche in questo campo?
Sarà possibile, tra qualche anno, così come in Inghilterra o negli Stati Uniti, che le calciatrici non saranno più soltanto considerate “dilettanti” bensì “professioniste”? Diventerà finalmente un lavoro?
Il calcio è passione. Una passione che ti porta oltre i sacrifici. E dai sacrifici nascono gioie, e inevitabilmente anche dolori. Il calcio è come un bambino che va amato, giorno dopo giorno, perché solo limando ogni minimo dettaglio si può arrivare in alto. Il calcio ti fa conoscere persone splendide. Grazie al calcio capisci che da soli non si arriva da nessuna parte ma in gruppo si può conquistare ogni cosa. Il calcio è il mio mondo, la mia fonte di vita e, a questo punto, dei pregiudizi, importa davvero poco.
Erika Mazza*
(Studentessa del corso di giornalismo il "Vivaio di Ottopagine", organizzato nell'ambito dell'iniziativa scuola/lavoro)