di Andrea Fantucchio
Quella storia di Cuba che era un paradiso ottimo per gli investimenti immobiliari l'aveva bevuta solo il primo mese. Lui che spariva con una regolarità quasi scientifica. E desisteva dopo mezzo tentativo, pure maldestro, di invitarla a partire insieme.
Sorrideva anche, il bastardo, mentre le pagava la lezione di yoga. Ah, ma l'avrebbe incastrato. Oh se l'avrebbe incastrato ...
E così aveva contattato quel detective. Dopotutto poteva permettersi non solo di ingaggiarlo ma anche di pagargli un viaggio intercontinentale. Ah, se avesse avuto ragione! La faccia dello stronzo che veniva colto sul fatto mentre pensava di pagarle lo Yoga per togliersela di torno.
Sergio D'Amore giunse in provincia di Salerno di buon mattino. Lei, una donna bella ma spenta, lo accolse in un salone larghissimo dove due squadre di calcetto si sarebbero allenate comodamente.
Un tappeto persiano e due tele che riproponevano dei Fontana erano le poche suppellettili di un interno estremamente minimale. Lei giochicchiava con una scultura in legno mentre la domestica versava il caffè.
Un sapore più denso di quello ai quali era abituato. Brasiliano, stimò il detective.
«Mi marito – esordì lei – è innamorato del Sud America. Ogni volta che torna porta tanti curiosi oggetti come questo – posò la statua - Chissà se ci lascia anche qualcosa lì a Cuba».
I viaggi di lavoro, come li chiamava lui, non erano mai stati più di quattro all'anno. E con cadenza tutto sommato regolare. Ogni tre quattro mesi. Mentre dall'inizio del nuovo anno era già stato a Cuba cinque volte.
«Va sempre da solo signora?»
«Sì»
Quando D'Amore giunse a l'Avana faceva caldissimo. Ci vollero due ore per superare i controlli doganali. Per quel viaggio aveva dovuto ridurre l'attrezzatura al minimo. Una lattina di coca cola con registratore interno. Un vecchio cellulare che aveva una trasmittente. I fidi occhiali a specchio. E poi, ovviamente, la macchina fotografica.
Lei gli aveva comunicato l'indirizzo di lui. Alloggiava in un lussuoso motel sulla spiaggia. Non fu difficile individuarlo al bar.
Era identico alla fotografia che lei gli aveva dato. Robusto ma non tarchiato. Piccoli occhi di ghiaccio. Le braccia nodose e abbronzate che spuntavano da una camicia ampiamente aperta sul petto. La fede e un crocifisso erano gli unici accessori che si concedeva.
Era già in compagnia di lei. Una donna minuta ma con due occhi nocciola grandissimi. La carnagione olivastra e una tempesta di capelli corvini lasciati scendere disordinatamente sulle spalle fin quasi all'attaccatura del sedere. Aveva mani piccole, labbra carnose. Gli occhi mobili si guardavano intorno con circospezione.
Seguirli non fu un'impresa difficile. Nonostante fossero davvero poche le auto che si lasciavano scivolare pigramente sotto il sole di mezzogiorno. Ma l'uomo non poteva davvero immaginare di essere seguito.
Un bambino era già in giardino ad attendere la coppia. Quando l'automobile parcheggiò sfrecciò subito fra le braccia dell'uomo. Fu chiaro da quegli occhi azzurri, prima che dall'attività di indagine, il motivo che spingeva l'imprenditore a tornare a Cuba.
E centrava poco con le case vendute a due lire. Anche se D'Amore non escluse che quell'appartamento fosse stato un affare.
Mentre la radio passava una vecchia canzone di Celia Cruz. Il detective si accese una sigaretta. Aspirò lentamente. Mentre la musica riproponeva un bridge che trovava incantevole.
Pensò alla villa al di là dell'oceano, al caffè, e alla signora che giocava con quella piccola statua. La porta di casa si richiuse. D'Amore spense la musica e si mise a lavoro.