Benevento

Il gong l'ha suonato... un black out elettrico. Ha decretato, per ora, la fine del 'match'. Che riprenderà il 20 dicembre, per fortuna senza la necessità di doverlo ricominciare daccapo. Il buio calato all'improvviso nell'aula aveva fatto temere questa eventualità, spazzata via dalla memoria dell'impianto di fonoregistrazione che fino a quel momento aveva fissato le parole di due medici legali: la dottoressa Monica Fonzo, per l'accusa, e il professore Fernando Panarese, per Paolo Messina, 34 anni, installatore di impianti termoidraulici, imputato dell'omicidio di Antonello Rosiello, 41 anni, anch'egli di Benevento, imprenditore nel settore della pasta, ucciso in via Pisacane, al rione Libertà, nelle prime ore del 25 novembre 2013. Per tre ore abbondanti i due specialisti hanno esposto a turno – per Fonzo si è trattato della prosecuzione di un'escussione iniziata a settembre -le loro argomentazioni.

Lo hanno fatto prima individualmente, rispondendo alle domande del pm Iolanda Gaudino, dell'avvocato Angelo Leone, difensore di Messina, e degli avvocati Vincenzo Regardi, Vincenzo Sguera e Massimiliano Cornacchione, legali dei familiari della vittima, parti civili; poi, nel corso di un confronto. Lo ha disposto la Corte di Assise (presidente Fallarino, a latere Rotili più la giuria popolare) di fronte alle conclusioni, di segno opposto, dei due consulenti. Quelle della dottoressa Fonzo rimandano ad un delitto compiuto con due colpi di pistola esplosi da tergo, da una distanza tra gli otto ed dieci metri: il primo alla regione dorsale bassa sinistra, con uscita anteriore sullo stesso lato, l'altro alla regione temporo-parietale sinistra. “Era rimasto ritenuto, lo abbiamo ritrovato nella loggia renale sinistra, dove verosimilmente era scivolato durante lo scollamento degli organi del collo”, ha ribadito.

Non deve essere stato semplice ascoltare per i parenti di Rosiello, presenti tra il pubblico al pari della moglie di Messina (ai domiciliari per la violazione degli obblighi), seduto al fianco del suo avvocato. Non deve essere stato semplice ancor di più, per loro, quando a deporre è stato Panarese, che non aveva preso parte all'autopsia. Le sue valutazioni sono state il frutto – ha spiegato – dell'analisi della relazione del consulente del Pm e della sua compatibilità con le foto scattate dalla stessa Fonzo durante l'esame – sono state depositate su richiesta di Leone - ed esibite alle parti. Un'analisi che lo ha indotto a definire “ardita” la ricostruzione dell'accusa. Perchè – ha sostenuto – “il proiettile ha soltanto preso tangenzialmente il capo e non è penetrato all'interno. La meninge e l'encefalo sono integri, la linea di frattura della fossa cranica posteriore è il segno di un traumatismo, di una caduta”.

Quanto al secondo colpo, Panarese si è detto convinto che quello descritto come “foro di entrata sia invece quello di uscita del proiettile, puntando l'attenzione, oltre che sullo spappolamento della milza, su una lesione al fegato da arma da fuoco”. Elementi inevitabilmente riproposti nel faccia a faccia tra i due consulenti. Fonzo ha insistito sulle riflessioni fatte rispetto ai due colpi, alla presenza di fratture craniche e di infiltrazioni emorragiche nell'encefalo, queste ultime indicate come ipostasi (ristagno di sangue nei punti più declivi del corpo) da Panarese, che, dopo aver ripetuto le sue perplessità sul tragitto che avrebbe compiuto il colpo al cranio (“Se è davvero penetrato, da dove è uscito per arrivare nel collo: dal canale spinale?”), ha fatto “ammenda” sulla lesione individuata al fegato ed esclusa da Fonzo. “E' alla milza, una milza più grossa del normale perchè il defunto era corpulento”. Mancava poco alle 13 quando la luce è andata via. Tutti a casa.

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