C'è chi quel terremoto non l'ha vissuto. Ne ha sentito solo parlare. Ho sedici anni, e per saperne di più, ho ascoltato il racconto di un testimone privilegiato. Mio nonno. Raffaele Beccaro all'epoca era caporeparto dei vigili del fuoco di Avellino. Ha avuto paura per la sua famiglia. Poi è stato costretto a mettere da parte i suoi affetti per seguire solo il suo dovere. Che era quello di salvare vite umane.
Ecco cosa mi ha raccontato di quei giorni drammatici.
«Erano le 19.34 del 23 novembre del 1980. Ero da poco tornato a casa dopo un'intensa giornata di lavoro. C'erano le mie tre figlie, non vedevo l'ora di riabbracciarle. Avevo appena finito di mangiare quando all'improvviso tutti i piatti sulla tavola iniziarono a muoversi. Violentemente. Ne avevo visti tanti di terremoti per via del mio lavoro, ma non mi sarei mai immaginato di esserne un giorno la vittima...»
E invece. Quella catastrofe ha colpito pesantemente Avellino e quasi tutta l'Irpinia, rendendo anche lui per la prima volta non un soccorritore, ma uno da soccorrere.
«Capii subito di cosa si trattava. mi precipitai nella stanza delle bambine. Le portai sotto l’arco di una porta. Restammo lì finché la terra non smise di tremare. Scendemmo pian piano per le scale, e ci ritrovammo per strada. C'erano anche gli abitanti della zona. Ci incamminammo lungo una strada di campagna».
E quel ricordo ancora lo scuote.
«E' stata una esperienza terribile. Ma almeno eravamo tutti lì, salvi. E nessuno era rimasto ferito».
«Avevo voglia di restare con le mie bambine e infondere loro sicurezza, tranquillizzarle. Ma il dovere mi chiamava. Prima di essere padre ero anche un vigile del fuoco – dice orgoglioso -. Così sistemai la famiglia nella macchina, la posteggiai di fronte alla caserma. E partii».
Da questo punto in poi, inizia il suo racconto più tragico. Parole che suonano ancora cariche di emozione. E' la parte della storia che mi ha scosso di più. Che mi ha fatto capire fin nel profondo quello che è accaduto 36 anni fa. E di come questa terra e questa gente sia stata segnata per sempre da quell'evento.
«Prestai il mio primo soccorso in piazza Libertà. Erano crollate diverse palazzine. Mi misi a scavare tra le macerie. Sembrava non finissero mai. Una montagna di calcinacci. Nell'aria odore di cemento in frantumi. E le urla provenienti da quelle polveri. Erano strazianti. Le ricordo, le ricordo ancora. Come fosse ieri. Come fosse ora. Con le mani cercavo di scavare sempre più a fondo. Con una sola speranza: trovare qualcuno ancora in vita.»
«Ma niente. I risultati erano scoraggianti. I corpi senza vita continuavano ad aumentare. Dopo averli estratti dalle macerie venivano adagiati sul selciato della piazza. Avvolti nelle lenzuola bianche. Lenzuola che venivano prese da un noto negozio di biancheria della città. A quel tempo tempo conosciuto per i suoi prodotti di grande qualità. E naturalmente molto costosi. Quelle stesse lenzuola che venivano acquistate dalle persone più facoltose di Avellino, ora – in quelle ore drammatiche – diventavano sudari per proteggere i tanti corpi. I corpi delle vittime di quella catastrofe.»
Un’immagine davvero scioccante. Quei cadaveri, di giovani, anziani, bambini. Tutti ìl, in fila, in quella piazza che grondava dolore, sangue, cemento in frantumi. E morte. I giorni successivi furono ancora più difficili per mio nonno. Il dovere lo chiamava un po' ovunque in Irpinia. Lontano dalla famiglia. E accanto a un mare di sofferenza. Tremila morti, 400mila feriti. Tanti sfollati. Paesi cancellati.
«Sono andato tante volte anche nei paesi dell’Alta Irpinia, soprattutto a Conza della Campania e Lioni. Le scene che ho visto lì, sono ancora con me. Vivide. Fotografie impresse nella mente. Ricordi che non potrò cancellare. Ricordi che non voglio cancellare».
«Ci arrivavano tante richieste anche da parte dei privati. Chiedevano aiuto ai vigili del fuoco per recuperare gli oggetti personali custoditi nelle abitazioni. Alcune pericolanti, altre crollate. Cercavo di mettermi a disposizione di tutti. Sia perché era il mio lavoro, sia perché quella era la mia città, e conoscevo la maggior parte delle persone in difficoltà. In quei momenti ero anche un po' più tranquillo: la mia famiglia alloggiava presso la palestra della mia caserma, e questo mi consentiva di svolgere il mio lavoro senza preoccuparmi della loro condizione.”
La situazione andò avanti cosi per diversi mesi. Arrivarono i rinforzi provenienti dai comandi italiani dei vigili del fuoco. Mio nonno continuava a dare il suo totale contributo. Mettendo sempre da parte gli interessi della famiglia. Ma non poteva e non doveva fare altrimenti.
Per fortuna oggi, quella del terremoto è un’esperienza passata, che solo chi ha vissuto può testimoniare. Sono molto orgoglioso del nonno. Oggi ha 84 anni, e la stessa decisione di un tempo. E' grazie alla sua forza e al suo coraggio che tanti si sono salvati. O sono stati soccorsi. Coraggio e forza che all'epoca ha sostenuto le migliaia di persone accorse in Irpinia per aiutare la popolazione. Sono orgoglioso di lui e di tutti quelli che lo hanno fatto. E sono orgoglioso di questa terra, che ha trovato le energie per risollevarsi.
Alessandro Trezza
(studente del Vivaio di Ottopagine, il corso di giornalismo multimediale organizzato nell'ambito dell'iniziativa scuola lavoro)