Avellino

 

di Simonetta Ieppariello

Era un pullman malandato. Il giorno prima di ritornare a casa si era rotto anche l’impianto di aria condizionata. “Non piaceva a nessuno perché era vecchio”, raccontano i sopravvissuti all’incidente della strage del bus sulla A16 Napoli-Canosa del 28 luglio 2013. Annalisa Caiazzo era a bordo del bus della strage dell’A16, quando volò giù tre anni fa con a bordo 40 pellegrini. Suo marito e sua figlia hanno riportato danni permanenti. Il primo con tutte le conseguenze dovute a due mesi di rianimazione, la piccola Francesca non cammina, riportò fratture serissime alla testa. Con la voce rotta dal dolore ricorda davanti al tribunale di Avellino, che celebrano il processo a carico di 15 persone, quei terribili momenti.

Anche sul suo volto i segni restano. “La mia faccia non potra’ essere piu’ quella di prima” dice prima di cominciare il racconto degli ultimi istanti di quel viaggio. 

Ferite sul volto segnano, invalidità permanenti restano, matrimoni che finiscono, ma soprattutto il dolore profondo di ricordare quelle sequenze tragiche di un film che definiscono horror. La famiglia di Gennaro e Annalisa è sopravvissuta ma solo fisicamente. Il rapporto non ha retto, racconta Gennaro Schiano di Cola. “Dopo l’incidente – dice – si sono create condizioni che hanno spinto me e mia moglie
per il bene dei nostri figli a separarci”. Una conseguenza, come le continue operazioni cui viene sottoposta la figlia di Annalisa Caiazzo: «Mia figlia stava bene, era sana e felice. Mio figlio si ruppe la mandibola e deve sopportare traumi e solitudini continue. Devo lasciarlo dai parenti per seguire mia figlia che sta peggio di tutti”. 

Con la coppia c’erano anche i genitori di Annalisa in gita. “Proprio mia madre mi disse che quello non era il solito pullman – riferisce in aula la teste – avevamo notato che qualcosa non andava già il giorno prima, quando con difficolta’ l’autista aveva fatto delle manovre in un parcheggio”. Annalisa era seduta in fondo al bus nel viaggio di rientro da Pietrelcina a Pozzuoli. 

Ha sentito qualcosa già prima. Il mezzo che procedeva con difficoltà. La lentezza. La salita affrontata con disagio. 

Poi iniziò quella corsa a zig zag lungo la discesa prima del viadotto. Ricorda la sensazione del vuoto, del pullman in bilico. La sospensione per qualche attimo. Poi il volo e il tonfo». 

Nel pullman urla e panico, e l’organizzatore della gita, al fianco all’autista con un rosario tra le mani che invitava i passeggeri a preparare le anime a Dio - ricorda Partorina De Felice. Immagini che ha ancora davanti a sè quando ripensa alla gita nel “pullman della morte”. Suo marito la abbracciava, mentre Luciano pregava e tentava di rassicurare i passeggeri in quei secondi terribili.

Dinanzi ai giudici del tribunale di Avellino, i superstiti raccontano, testimoniando nel processo a carico di 15 persone, tra le quali il proprietario del bus Gennaro Lametta, i vertici di Autostrade per l’Italia e due funzionari della Motorizzazione civile di Napoli, tutti imputati a vario titolo per la morte di 40 persone nell’incidente del 28 luglio 2013. 

“In salita andavamo piano – ricorda De Felice – e si sentivano gia’ i rumori. Poi in discesa abbiamo visto le scintille, sentivo il rumore di ferraglia. Il volo non lo ricordo, mi ricordo che mi aggrappai a mio marito e gli dissi di avere fede”. Partorina De Felice si risveglio’ nella scarpata di Acqualonga. Suo marito l’aveva protetta con il suo corpo ed era morto. Lei aveva un braccio rotto, le si era spappolata la scapola. «Ci hanno distrutto  -raccontano con gli occhi lucidi -.».