Avellino

di Luciano Trapanese

Ho le mani nella tasca del giaccone, piena di monete da un euro. Attraverso il Corso per andare al lavoro, come ogni mattina. E come ogni mattina incrocio quel ragazzo, fermo davanti a un bar. Un sorriso aperto e un buon giorno che suscita allegria. Gli ho dato un euro. Perché quel buon giorno e quel sorriso hanno aggiunto sole ad una giornata già piena di luce. E perché mi andava.

Voi direte, embè? Chissenefrega. E infatti, fin qui niente di speciale. E' quello che è accaduto dopo ad avermi sconcertato. Per questo ve lo racconto.

Due tipi. Uno di mezza età, l'altro più anziano, con il capo coperto da una coppola verde, mi hanno fermato.

«Così non si fa».

Pensavo si riferissero a qualcosa che ha a che fare con il mio lavoro. Ma non mi sembrava. Li ho guardati meglio, per capire se li conoscevo. Niente, mai visti. Perfetti sconosciuti.

«Cosa non si fa?», ho risposto.

«Soldi a quelli non bisogna darne, poi si abituano e non vanno più via».

«Quelli» era il giovane immigrato.

«Si abituano a cosa?» - Dico la verità: mi stavo infastidendo. Già non sopporto avere discussioni non richieste con chi non conosco. Ma l'argomento era davvero sgradevole.

«A prendere soldi da noi, noi italiani».

«Quindi se proprio voglio donare un euro a qualcuno devo chiedere la carta d'identità?»

«C'è tanta nostra gente che ha necessità, non c'è bisogno di aiutare quelli. Stanno fermi a ogni angolo, già pigliano soldi nostri per stare nelle ville e negli alberghi, e poi ne vogliono altri. E solo per comprarsi il telefono buono che neppure io mi posso permettere...»

Insomma, le solite amenità.

Sono andato via senza rispondere. E non perché sia maleducato. Ma davvero non ha senso perdere tempo per intavolare qualsiasi tipo di discussione con chi ritiene un gesto banale, come regalare un euro, un attentato all'integrità nazionale e uno schiaffo ai poveri del nostro Paese.

E' un piccolo episodio. Ma segnala un clima avvelenato. Pericoloso. Che peggiora ogni giorno.

La questione immigrati è un fatto epocale. Un problema di proporzioni enormi. Affrontato dai nostri governi – se ne sono succeduti tanti – in modo inadeguato. Alla bell'e meglio. Un tira a campare affidato alle prefetture e – molto spesso - a qualche scaltro intrallazzatore.

Questo piccolo episodio è accaduto ad Avellino. Una città dove la presenza degli immigrati si segnala per lo stazionare di questi giovani agli angoli delle strade, impegnati a chiedere con discrezione qualche spicciolo.

Seguiamo ogni giorno la cronaca, e ci sembra che negli anni i fatti di nera addebitabili a immigrati si possano contare sulle dita di una mano. Eppure c'è un sentimento diffuso di diffidenza, se non di paura, nei loro confronti.

Capiamo anche questo.

C'è una crisi economica epocale proprio come il fenomeno migratorio. E questo amplifica il disagio.

Chiaro.

Ma da qui a riprendere chi dona un euro a un ragazzo che chiede l'elemosina ce ne corre.

In fondo se il Paese (ma anche l'Europa), non è capace di adottare politiche di controllo, accoglienza e gestione dei flussi, la colpa non può ricadere su chi ora è qui. E alimentare l'intolleranza a colpi di slogan senza senso (cacciamoli fuori è una semplicistica e inapplicabile soluzione), non aiuta a generare una risposta collettiva e adeguata alla questione. Provoca solo una disastrosa frattura in una Nazione già in ginocchio.

La questione immigrati non si risolve in un giorno. Ma la si affronta con determinazione e lucidità. Senza ideologismi e senza rincorrere impraticabili soluzioni finali.

E piuttosto che incazzarsi per il dono di un euro sarebbe opportuno chiedere conto alla politica. Ha l'obbligo di tracciare una linea credibile per affrontare la situazione (che va avanti da più di dieci anni), garantendo – e quindi tranquillizzando – gli italiani e chi viene da lontano.

Ma per un Paese in eterna campagna elettorale, l'argomento è spinoso. Chi potrebbe proporre soluzioni, che non possono spesso racchiudersi in uno slogan, ha timore di perdere consensi nei confronti di chi urla «mandiamoli tutti via». E quindi si tace, lasciando campo libero agli agitatori di folle. Che non hanno nessuna intenzione di risolvere in qualche modo una questione complessa, ma pensano soltanto a trasformarla in una sicura rendita nelle urne.

Normale quindi che qualcuno abbia da ridire sull'euro donato sul Corso di Avellino.

Il nostro timore è che sia solo l'inizio.