«Cristo ha bussato alla nostra porta».
Parole chiare, sicure, quelle di Damiano. Le parole di un padre, di un uomo come pochi, che insieme a sua moglie ha abbracciato la sofferenza dell’altro e l’ha fatta propria. Sì, perché è di sofferenza che si parla, ma anche di gioia, una gioia così viscerale e completa che solo un figlio può donare.
Ma Simone non è un ragazzo come gli altri.
Che bella la famiglia. «Il prete che ci sposò si occupava di case famiglia, ‘è un coccolone’ ci disse, ‘andate a trovarlo’. Questa era la chiamata che aspettavamo per dare un senso alle nostre vite. Quando non si hanno figli, il matrimonio è più una convivenza. Si lavora tutto il giorno, si mangia e si esce insieme, si fa l’amore, ma la casa è vuota. Non avevamo figli, io e Marina, e non li desideravamo. ‘Se succede, succede’. E’ successo, ed ha sconvolto le nostre vite».
Così mi parla Damiano, seduto tranquillo in una bella sala da pranzo dalla luce soffusa. Un ambiente rasserenante, familiare, ma che nasconde dei terribili retroscena.
«Il 2 febbraio 2008 andammo ad incontrarlo. Non mi scorderò mai quei momenti. Arrivò facendo il trenino, e subito mi salutò con un allegro ‘Dami, amico mio!’. Con il senno di poi, credo l’abbia detto per esorcizzare la paura dell’altro. Ci catturò il cuore, lo portammo a casa, felici come mai stati prima. Allora non sapevamo nulla, ci avevano tenuti completamente all’oscuro del suo passato. Sapevamo che fosse un bambino difficile e che aveva avuto dei traumi, ma nient’altro. Soltanto qualche mese dopo la madre superiora della casa famiglia cedette alle nostre domande. Aveva paura che, venendo a sapere i dettagli, lo avremmo riportato indietro, come già avevano fatto altri».
Riaprire le porte dell’Inferno. “Simone è figlio di un clochard e di una donna con problemi psichici. Viveva tra la strada e la stazione, ma tutto sommato i suoi genitori lo amavano. Quando suo padre morì, i servizi sociali lo diedero in affidamento a una zia, strappandolo alla madre. Questa donna conviveva con un uomo, recidivo per abusi sulle due figlie avute da una precedente relazione, ma questo i servizi sociali non lo tennero in conto. Simone divenne il divertimento di quell’uomo».
Nella voce di Damiano ci sono disprezzo e durezza. Appare calmo, ma i suoi occhi, già neri, si incupiscono ancor di più.
«Subiva prigionie, insulti, percosse, abusi continuati, e Dio solo sa cos’altro. Andava a scuola, pieno di lividi, terrorizzato dal mondo, e solo dopo 5 anni gli insegnanti si sono decisi a denunciare i genitori. Quel mostro è stato arrestato. Non potrà più far male a nessuno. Intanto, ha segnato per sempre la vita del nostro Simone. Arrivato alla casa famiglia, piangeva in continuazione, soffocato da un’enorme paura delle persone. Si faceva del male, ed ha tentato due volte il suicidio».
Se si potesse definire il concetto di dolore e rimpianto, sono sicura che avrebbe le fattezze di Damiano, che si interrompe, sospira, gli occhi lucidi e la voce non più così ferma.
I primi sacrifici. «Non è stato affatto facile all’inizio occuparsi a tempo pieno di un ragazzo di dodici anni con un bel corredo di fantasmi. Quotidianamente si estraniava, riviveva nel presente gli abusi. Dava testate al muro, si picchiava a sangue, mi insultava. Cacciava fuori tutta la rabbia che serbava dentro di sé. La riversava su se stesso, o su di me. In me vedeva quel mostro, impallidiva solo a guardarmi.
L’unico modo per riportarlo alla realtà era chiamarlo. ‘Simi, dove sei adesso?’. E poi, con il contatto fisico. Abbracciandolo. Rispondere ai pugni, ai morsi, ai graffi, con l’amore.
Spesso però mi metteva alla prova, facendo i capricci. Voleva capire fino a che punto potesse spingersi con la figura maschile. Con il tempo, ha imparato ad accettarmi, ed adesso siamo inseparabili. Se prima per un mio rimprovero tremava tutto come una foglia, ora ride, gioca, mi salta addosso. Mi conosce, sa che lo faccio per il suo bene».
Le catene dell’amore. “Ovviamente, quando andava a scuola, aveva bisogno di un insegnante di sostegno, e di qualcuno che lo cambiasse regolarmente. Stare lontano dalla casa, da noi, lo uccideva. Siamo noi le sue radici. Se cadiamo io e Marina, cade anche lui con noi. Quando moriremo, Dio provvederà. Siamo fiduciosi che non lo abbandonerà, non lascia le cose incomplete. Niente è per caso. Ce l’ha mandato Lui, Simone. Il nostro è stato un sì a Cristo, un sì alla vita”
Abbracciare Dio. “Eravamo persi. Si viveva giusto per passare il tempo. Simone ha dato un senso alla nostra esistenza. E’ quello che ti fa alzare motivato la mattina, il sale delle nostre giornate. E’ un peso, sì, ma senza di lui io mi sento mancare. Non riesco a immaginare una vita senza mio figlio, una vita senza amore. Con lui ho imparato a conoscere i miei limiti, a provare affetto incondizionato nei confronti dell’altro. Noi non gli diamo nulla, ma lui ci ha dato la ragione per andare avanti”.
Difendersi dal mondo. “Eppure, nonostante il forte e sudato legame che ha instaurato con noi, ha comunque bisogno di sicurezze. Non va mai in giro senza i suoi amici, i pupazzi. Ci parla, ci gioca, ci si nasconde dietro. Sono l’ultima cosa che vede la sera quando si addormenta, e la prima che saluta al sorgere del sole. Vedeste come li ama, non ne dimentica mai uno. Ha una cura incredibile nel sistemarli intorno a sé. La sera impiega lunghi minuti nel disporli sul letto, in modo che siano tutti vicini a lui. Dice con me le sue preghierine (allungandole il più possibile per strappare qualche secondo in più del mio tempo), e si addormenta così, contornato da angeli di pezza”.
Esplosioni di creatività. «Simone è… è geniale». Damiano è orgoglioso del suo ragazzo, e non si preoccupa a nasconderlo.
«Ama ballare, recitare, imitare e, soprattutto, cantare. E’ un animale da palcoscenico, ed è solo lì che dà sfogo a tutta la sua fantasia. Improvvisamente diventa sicuro, intraprendente, si dimentica delle sue paure e scherza e chiacchiera con chiunque. Al mare, poi, con l’animazione, il karaoke, i balli di gruppo, si dà alla pazza gioia. Ma aspetta, ora te lo faccio conoscere».
Occhi che rapiscono. Subito Damiano si alza, gli occhi che sorridono, e va a chiamare il bimbo di 21 anni che aspetta, fremente, in camera sua. “Simi, vieni, c’è la signorina dell’intervista”. Una voce acuta e gioiosa trapassa le mura del corridoio, la porta, le carni, e mi arriva dritta al cuore. “Okay, venite amici, venite con noi, andiamo a conoscere la signorina, venite con noi”. Un visino sorridente fa capolino dalla porta, accompagnato da Garfield, Super Mario, Bernardo e un simpatico cangurino di stoffa. Occhi neri, nerissimi, ma che sprigionano una luce abbagliante.
«Sono molto contento che sei qua, signorina. Stavo progettando un treno, a computer. I treni sono bellissimi, e io sono bravo, ma proprio bravo a progettarli, sai? Ho un programma bellissimo sul mio computer, TrainSimulator, se vuoi te lo faccio provare!».
Nel periodo degli abusi, le sue uniche uscite erano quando, con la zia, andava a chiedere l’elemosina in stazione. Per lui, gli enormi orologi, i fischi del capotreno, i colori dei vagoni e tutte quelle valigie erano l’unica distrazione dall’inferno. La stazione era la libertà, e lo è ancora oggi.
Spiazzata da tanta, sincera loquacità gli chiedo come passi le giornate.
«Beh, signorina, a me piace molto imitare, recitare, cantare. Mi piace tanto tanto Max Pezzali, e sai, io canto le sue canzoni. A Caserta l’ho visto dal vivo, mi è salito il cuore in bocca, e il mio sogno è cantargli una canzone. Ho anche un canale Youtube, Max Pezzali imitatore 883, vienimi a trovare”. Ma cantare non è la sua unica passione. “Vado a fare le passeggiate, con papà, gioco ai videogiochi, ascolto la musica…”. Un citofono. “Oh, eccola, eccola, questa è mamma! Sai, signorina, mamma è bella. E’ un po’ come te, diversa ma un po’ uguale, ecco.»
L’amore di una madre. Arriva Marina, una frizzante signora che non smette di sorridere e di guardare adorante il suo bambino.
«Non spaventatevi - dice commossa - sembra difficile, ma non è così. Ti scivola tutto addosso, la rabbia, la fatica, la paura. Rimane solo l’amore, e la voglia di vivere, senza guardarsi alle spalle. E’ inutile scavare nel passato, conta solo donare agli altri ed a noi stessi momenti felici”.
Ciao Simone, siamo tutti con te, e siamo sicuri che molto presto potrai cantare tutte le canzoni che vuoi al tuo amato Max.
Anita Vena
(studentessa del Vivaio di Ottopagine, il corso di giornalismo multimediale organizzato nell'ambito dell'iniziativa scuola/lavoro)