«Continuava a dirmi ‘Satana esci fuori da questo corpo’ ma dai mici occhi a uscire erano solo lacrime».
«Avevo il viso rigato di lacrime. Sentivo lo stomaco bruciare. Mi sentivo colpevole. Colpevole non amare più».
La storia di Anna è davvero terribile. Talmente tanto che il solo ricordo ancora la scuote.
«Era il mese di aprile quando i miei genitori decisero che avrei dovuto seguirli. Senza conoscere la destinazione. Era un periodo molto travagliato per me.
Stavo per separarmi. Da mesi avevo conosciuto un uomo bellissimo. Lo amavo. Forse anche più della mia stessa vita – racconta -. Immaginavo di passare con lui il resto della mia esistenza, e magari trovare quell’affetto che mi è sempre venuto a mancare nei miei anni di matrimonio».
La separazione era imminente. Voleva soltanto essere libera. Spezzare quelle catene che la tenevano legata a una persona che ormai da anni non la faceva stare bene. E che lei non amava più. «Ero finalmente arrivata alla conclusione di separarmi da mio marito. Con il tempo avevo capito che quel matrimonio era stato un errore. Avevo 22 anni. Ero una ragazzina, non sapevo bene a cosa andassi in contro – chiarisce -. Da anni ero stanca della mia vita.
Qualche volta ho pensato al suicidio. Mi vergogno a dirlo. Ma è cosi. La mia vita era vuota. Mi svegliavo la mattina, e sperava di non dover affrontare la solita giornata. Ero sempre sola. Mio marito lavorava dalla mattina alla sera.
Partiva prima che io mi svegliassi e tornava quando ero già andata a dormire. Ma pensandoci, forse era meglio cosi. Preferivo che lui mi stesse lontano. Odiavo quelle sue finte carezze, si vedeva che erano colme di odio. Il nostro come tanti era un amore malato. Finto.»
«Provai più volte a parlarne con mia mamma di quello che accadeva. Se ne usciva sempre con “Sono fatti vostri, dovete vedervela voi”, e quando finalmente trovavo le forze per dire basta, mia mamma mi dava della pazza: “Tu non ti devi separare, sei pazza. Il matrimonio è una cosa seria. Vedi me e tuo padre, siamo insieme da cinquant’anni”.
Eh si, ma hanno giocato cinquant’anni a fare il padrone e la serva. Non ricordo una volta in cui mio padre e mia madre hanno dimostrato il loro amore ai miei occhi. Ognuno faceva i fatti suoi. Mio padre lavorava, e quando tornava a casa pretendeva solo di avere un piatto caldo sulla tavola, niente di più. Non volevo fare quella fine. Assolutamente no.
A mia madre non interessava che io amassi un altro. A lei bastava che non divorziassi. Non voleva che io mi macchiassi di questa vergogna. Un giorno mi portarono addirittura da un esorcista. Credevano fossi malata. Io stavo benissimo, mai come quella volta avevo capito il senso della mia vita».
Da questo punto in poi inizia a raccontarmi la sua esperienza.
«Arrivammo in una chiesa di Torre delle Nocelle. I miei genitori mi stavano dietro. Mia madre mi stritolava il braccio, forse per evitare che mi allontanassi.
O per dimostrarmi che la sua presenza era forte, costante e non mi avrebbe mollato Non mi avrebbe consentito di vivere la mia vita. Mi lasciò solo quando arrivò il prete. Ci lasciarono da soli.
Lui mi poggiò la mano sulla fronte. Chiuse gli occhi e iniziò a premere. Mi diceva di tornare sulla retta via. Che stavo commettendo un errore. Mi diceva che quell’uomo di cui mi ero innamorata mi avrebbe fatto soffrire, che mi avrebbe lasciata. E che io sarei rimasta sola. Cercavo di essere fredda. Di non lasciarmi colpire dalle sue parole. Ma non era facile. La mia mente era annebbiata. “E se davvero mi lasciasse? Forse sto sbagliando.” Pensavo.
A un certo punto il prete iniziò a urlare. “Satana esci fuori da questo corpo”.
Lo ripeteva continuamente. Mi spaventai cosi tanto che iniziai a piangere. Non riuscivo a trattenermi. Avevo due cascate al posto degli occhi. Anche lo stomaco era sottosopra. Un bruciore interno mi lacerava. Mi sentivo incompresa.
Non potevo pensare che proprio loro, miei genitori, avessero inscenato quella storia. Che proprio loro, di fronte ad un mio semplice e spontaneo sentimento, avessero ritenuto che era tutta opera del demonio.
Che proprio loro, le persone che mi avevano messa al mondo, che mi avevano cresciuto per trent’anni, a un certo mi fossero diventate nemiche, al punto da ritenermi “la figlia del diavolo”. Pazzesco».
«Uscii da quella chiesa disgustata. Non potevo credere a quello che mi era successo, a dove mi avessero condotto i miei genitori. Tentai di spiegarmi, ma loro sembrava non mi capissero. Non ero pazza, o meglio, sì, ero un po’ esaurita per via della situazione, ma sapevo bene quel che dicevo.
Non capivano quanto davvero fossi stanca di osservare la mia vita andare a rotoli. E mi dispiaceva. Mi dispiaceva dargli un dolore, ma io non volevo continuare a subire. Per una volta volevo fare qualcosa per me, per la mia felicità».
«Il rapporto con i miei divenne intollerabile. Iniziarono a pedinarmi. Passavano a turno sotto casa mia. Mattina, pomeriggio e sera. Avevano paura che io stessi con l’uomo che amavo. Tutt’oggi i rapporti con loro sono radi. Ma io non smetto di sperare che un giorno possano riabbracciarmi e dire: “Anna, noi ti amiamo per quello che sei».
«La mia porta è sempre aperta. Oggi purtroppo quella storia di amore per cui ho combattuto tanto è finita. Adesso sto meglio. Anche se ho sofferto molto. Sono comunque felice di aver preso la mia strada. Ho rimparato ad amare. E ad amarmi. Quando stavo con mio marito mi sentivo uno schifo. Mi faceva sentire ridicola. Non mi capitava da molto tempo di stare così bene. Se dio vorrà magari un giorno anche io sarò felice accanto ad un uomo che mi ama davvero».
Alessandro Trezza
(studente del Vivaio di Ottopagine, il corso di giornalismo multimediale organizzato nell'ambito dell'iniziativa scuola/lavoro)