Altri sei mesi di indagini. Li ha disposti il gip Roberto Melone, come “doveroso scrupolo investigativo, e attesa la particolarità della vicenda”, sulla morte di Pellegrino Meoli, un 36enne di San Martino Sannita, avvenuta il 9 ottobre del 2012. Il giudice, la cui decisione è arrivata all'esito della camera di consiglio fissata dopo l'opposizione dei familiari della vittima, rappresentati dall'avvocato Nunzio Gagliotti, alla seconda richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura, indica anche l'ambito entro il quale dovrà muoversi l'ulteriore lavoro degli investigatori, che dovrà riguardare una serie di circostanze evidenziate dal difensore della parte offesa. In particolare, l'escussione di alcuni testimoni ritenuti fondamentali nella ricostruzione di ciò che è accaduto. I genitori di Pellegrino sono infatti convinti che il decesso non sia stato dovuto ad un infarto, e che il figlio, disabile, si sia sentito male, fino a soffocare, dopo aver ingoiato alcuni pezzi di mozzarella: un alimento che, per le sue condizioni, non avrebbe dovuto mangiare.
Si tratta di una storia di cui Ottopagine si è ripetutamente occupato, ricordando che Pellegrino Meoli era diventato disabile dopo un incidente capitato quindici anni prima. Era costretto a quotidiane sedute di recupero e riabilitazione che gli avevano consentito di riprendere una minima funzionalità motoria. Ogni giorno raggiungeva una struttura in provincia nella quale era seguito nei piccoli ma importanti passi che compiva lungo un percorso complicatissimo. Il suo cuore aveva cessato di battere per un malore improvviso che l’aveva colpito subito dopo il pasto, mentre era seduto a tavola.
Un'operazione, quella di nutrirsi, che non poteva fare autonomamente, senza la necessaria assistenza. Aveva difficoltà di deglutizione che già in passato gli avevano causato problemi, e per questo era stata suggerita una dieta particolare. Infarto, la diagnosi posta all'epoca. Un dramma per i familiari, ai quali i risultati di alcuni esami praticati in precedenza non avevano restituito, a carico del giovane, anomalie di natura cardiovascolare.
Ad alimentare i loro dubbi erano state alcune lettere arrivate tra la fine del 2012 e l'inizio del 2013 alla madre, ed immediatamente consegnate ai carabinieri della Stazione di San Giorgio del Sannio, che avevano ascoltato alcune persone. Lettere nelle quali era stata prospettata una situazione diversa da quella fino a quel momento descritta, con riferimenti al soffocamento di cui il 36enne sarebbe rimasto vittima. Per questo, dopo aver ottenuto il parere di uno specialista, avevano deciso con il loro legale di rivolgersi alla Procura, chiedendo di riesumare la salma per sottoporla ad autopsia. Il pm Maria Aversano aveva affidato l'incarico alla dottoressa Monica Fonzo, nel corso di un'udienza nella quale erano stati nominati i consulenti di parte: il professore Piero Ricci per il papà e la mamma di Pellegrino; e Carmine Lisi, primario di Medicina legale dell’ospedale di Caserta, per due dei cinque indagati, difesi dagli avvocati Vincenzo Sguera, Luigi Diego Perifano e Bernardino Buonanno. Il passo successivo era stata la proposta di archiviazione del pm Arturo De Stefano, subentrato dopo il trasferimento di Aversano, anche sulla scorta della consulenza medico-legale. Che aveva ravvisato l’impossibilità di giungere ad una definizione delle cause e dei mezzi della morte, per l’eccessivo stato di decomposizione degli organi. Il papà e la mamma di Pellegrino si erano opposti, nel marzo 2015 il gip aveva stabilito la continuazione delle indagini, al termine delle quali era stata avanzata una nuova proposta di archiviazione, seguita dall'ulteriore opposizione della parte offesa e da un'altra camera di consiglio. Ora la pronuncia del dottore Melone: altri sei mesi di attività investigativa.
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