Alfonso D'Aponte non ha tentato di uccidere i suoi fratelli. E' questo il verdetto emesso ieri sera, dopo una lunga camera di Consiglio, dal tribunale Collegiale di Avellino, Presidente dottoressa Troiano, che ha ritenuto insussistente l'accusa di tentato omicidio ai danni dei propri fratelli mossa nei confronti del pastore di Montoro, riqualificando il reato in quello più lieve di lesioni aggravate.
Quattro anni la pena comminata ad Alfonso D'Aponte, ben inferiore quindi a quella di quindici anni chiesta in aula dal Pubblico Ministero.
Ha convinto, pertanto, la linea difensiva adottata sin dal primo minuto dal legale di fiducia del D'Aponte, l'avvocato Rolando Iorio, che all'esito di una serrata arringa ha evidenziato la totale infondatezza dell'accusa di tentato omicidio, demolendo quindi l'intero impianto accusatorio che vedeva il pastore di Montoro autore di un vero e proprio agguato mortale nei confronti dei fratelli Lucio ed Antonio.
Gli stessi fratelli Lucio ed Antonio, difesi dagli avvocati Carmine Danna e Rosaria Vietri, ritenuti all'inizio le vittime della brutale aggressione, sono stati a loro volta condannati non solo ad un anno di reclusione ciascuno per le lesioni inferte al fratello Alfonso ma anche al risarcimento dei danni in favore di quest'ultimo ed al pagamento delle spese processuali dallo stesso sostenute.
I fatti risalgono al dicembre del 2012 allorquando D'Aponte Alfonso tornava a Montoro grazie ad un permesso premio di cinque giorni concessogli dal Magistrato di Sorveglianza di Sulmona ove lo stesso si trovava ristretto in espiazione di una misura di sicurezza applicatagli a seguito della condanna a diciotto anni di carcere inflittagli per l'omicidio della sorella Anna, avvenuto nel 1998.
Teatro dei fatti la stazione ferroviaria di Montoro Inferiore dove, la sera del 28 dicembre 2012, i tre fratelli si affrontavano in una colluttazione cruenta, connotata da colpi inferti con pietre e da morsi con amputazioni di parti del corpo, sedata soltanto grazie all'arrivo provvidenziale dei Carabinieri della locale Stazione, comandati dal maresciallo Fresa.
Plurimi i moventi sostenuti dall'accusa alla base dell'azione omicidiaria del D'Aponte Alfonso, (eredità, gelosia, motivi passionali legati a donne) tutti confutati dal difensore del pastore di Montoro che ha dovuto anche dimostrare l'infondatezza delle numerose accuse mosse nei confronti del proprio assistito, da anni considerato l'autore di una serie di efferati omicidi a carico dei propri congiunti, in particolare del fratello Giuseppe, latitante da anni, della nonna paterna, morta in circostanze misteriose, nonchè dell'ideazione di un progetto omicidiario nei confronti del fidanzato della sorella deceduta. «Leggende di paese, maldicenze prive di fondamento», ha commentato in aula l'avvocato Iorio che ha sottolineato come non è stato mai aperto alcun procedimento per questi fatti a carico del proprio assistito che, a breve, alla luce della sentenza emessa nella serata di ieri, vedrà aprirsi le porte del carcere.