Benevento

Sicuro. Nessuna incertezza nella voce, il cui tono si è abbassato solo quando ha ricordato quei terribili momenti. Paolo Messina, 34 anni, di Benevento, installatore di impianti termoidraulici, reo confesso dell'omicidio di Antonello Rosiello, 41 anni, anch'egli della città, imprenditore nel settore della pasta, ucciso in via Pisacane, al rione Libertà, nelle prime ore del 25 novembre 2013, avrebbe potuto avvalersi della facoltà di restarsene in silenzio, ma non lo ha fatto. Ha risposto alle domande del pm Iolanda Gaudino, degli avvocati Vincenzo Regardi (anche per il collega Vincenzo Sguera) e Massimiliano Cornacchione, per le parti civili (i familiari della vittima), e del suo difensore, l'avvocato Angelo Leone.

Per oltre due ore è rimasto seduto dinanzi alla Corte di Assise (presidente Fallarino, a latere Rotili più i giudici popolari), ripercorrendo le fasi della drammatica vicenda, di cui ha ribadito la versione offerta quando era stato interrogato dopo l'arresto. “Antonello era il mio migliore amico, ci conoscevamo dal 2010-2011, uscivamo con le rispettive famiglie”, l'incipit di un racconto scivolato subito sui prestiti che l'imputato avrebbe fatto alla vittima dal dicembre 2012. “Piccole somme -500-1000 euro-, poi lievitate fino a 6mila, per un importo complessivo di 42mila euro”. Soldi consegnati nella stragrande maggioranza dei casi ad “Antonello, qualche volta al fratello Cosimo, che nel maggio 2013, quando l'ammontare aveva raggiunto gli 11mila euro, sottoscrisse un atto privato con il quale lui ed Antonello avevano messo nero su bianco la loro condizione di debitori nei miei confronti”.

Messina ha precisato che i “prestiti, mai rientrati nonostante le richieste, erano a titolo amicale, per consentire il superamento delle difficoltà aziendali”, sottolineando di aver fatto altrettanto, e per cifre molto più consistenti, anche con altri imprenditori che avevano rapporti con il padre. Il calendario segna novembre 2013 quando si verificano due episodi che l'imputato ha ripercorso. Il primo tra il 3 e il 4, “quando si è presentato un signore distinto, dall'accento napoletano, che mi ha invitato ad uscire dai locali della ditta e, una volta all'esterno, mi ha chiesto un piccolo contributo mensile per la serenità aziendale”. Messina ha affermato di aver subito intuito che si trattava di un'estorsione. “Non l'ho denunciata perchè volevo capire quanto la cosa fosse fondata. Ne parlai dopo alcuni giorni ad Antonello, che si vantava delle sue frequentazioni con ambienti della malavita locale, pensando che potesse aiutarmi”. L'altro capitolo, anch'esso non denunciato “perchè volevo cercare una soluzione di compromesso”, risale al 21 novembre ed è relativo alle frasi ascoltate mentre stava raggiungendo il bar di un cliente. “E' a poca distanza dall'azienda, mentre camminavo ho notato nei pressi di un'auto due giovani, uno dei quali aveva detto all'altro: non ci dobbiamo dimenticare che tra domenica e lunedì dobbiamo fare il fattaccio in via Pisacane, la strada in cui si trova la mia attività. Ho immediatamente collegato quelle parole alla richiesta subita in precedenza. Ero preoccupato, ho richiamato Antonello che mi ha tranquillizzato, assicurandomi la sua disponibilità in ogni momento della giornata...”.

Siamo alla notte del delitto, quella nella quale si sarebbe dovuto consumare “il fattaccio”. Il 34enne ha ricordato di essere andato in auto, intorno alle 2, a San Martino Sannita, e di aver bussato all'abitazione di Antonello. “Gli dissi: io sono armato, attrezzati anche tu. Lui arrivò con una borsa di tela, salimmo in auto e ci avviammo verso Benevento. Durante il tragitto gli chiesi di riavere 1800—2000 euro che mi servivano per una festa di battesimo, lui si irritò. Cambiò espressione, poi, dandomi una pacca sulla gamba, replicò: Sai che ti dico? Portami 1000 euro per la cortesia di questa notte... Litigammo verbalmente...”. L'avvocato Regardi gli ha domandato come mai Antonello Rosiello avesse reagito solo in quella occasione alla richiesta di rimborsare anche una parte del debito. “Me lo sono chiesto anche io più volte – ha replicato Messina -, giungendo successivamente alla deduzione di un nesso con l'estorsione”. E ancora: “Una volta in via Pisacane, siamo scesi dalla macchina e Antonello mi ha puntato una pistola in mezzo agli occhi... Sono andato nel panico, lui mi ha colpito con un manrovescio alla tempia sinistra. Mi sono chinato, accovacciato, girandogli intorno. Ho tirato fuori la pistola che avevo nel marsupio a tracolla ed ho sparato... Tre colpi a circa un metro, un metro e mezzo di distanza. Ero di lato a lui, all'altezza del fianco sinistro... Poi ho preso tutto, anche la sua pistola, e sono ripartito in auto, travolgendolo alle gambe. Una volta a casa, ho bruciato nel camino i vestiti che indossavo e la borsa di Antonello, ho ripulito le due armi. La mia, una 38 comprata a Scampia, l'ho gettata con il borsello al di là della recinzione, l'altra – una 9x21 – l'ho lasciata nella macchina e sono fuggito...”.

L'udienza è vissuta, oltre che della deposizione della moglie di Messina, anche del completamento del confronto tra la dottoressa Monica Fonzo, il medico legale che aveva curato l'autopsia su incarico della Procura, ed il professore Fernando Panarese, consulente della difesa. Opposte valutazioni, una circostanza che ha indotto l'avvocato Leone a chiedere una perizia. La Corte deciderà all'esito dell'istruttoria dibattimentale, che proseguirà il 21 febbraio.

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