Avellino

«Già alle elementari ero vittima di bullismo. Le marachelle erano all’ordine del giorno. Mi rubavano gli occhiali e li lanciavano per la classe, nascondevano le mie cose. Venivo derisa per il mio aspetto fisico. Ero ‘la pecora nera’, la ragazzina grassa e brutta che nessuno sopportava. E mi sentivo maledettamente sola. Poi tornavo a casa e cantavo, e tutto scivolava via.»

Così racconta Rebecca, una ragazzina sorridente con una passione: il canto. Ma non è solo un hobby, un passatempo. E’ la sua ancora di salvezza, quello che l’ha aiutata a non lasciarsi sopraffare dai problemi e a iniziare a credere in se stessa.

«E’ iniziato tutto come un gioco. Avevo sette anni, e la mia sorellona mi portò in camera sua, senza dire una parola. Con il suo solito sguardo complice mi disse: ‘Cantiamo insieme’. Da allora, divenne un rituale tutto nostro. Chiudevamo il mondo fuori dalle nostre stanze, e cantavamo insieme. Il mio più grande desiderio era quello di poterle somigliare almeno un po’. ‘Pensa se tutti i complimenti che riceve lei per la sua voce li facessero a te ’. Avevo bisogno dell’approvazione degli altri, di sentirmi brava in qualcosa, e man mano che la mia voce migliorava, la mia autostima saliva».

Crescendo, il rapporto con la sorella si è un po’ perso, ma non il suo amore per il canto.  Purtroppo però, c’è anche l’altra faccia della medaglia. Rebecca, anche alle medie, veniva emarginata dalla classe.

«Avevo pochi amici, e quei pochi che avevo non riuscivano a tirarmi su. Avendo un’intera classe contro, non riuscivo a reagire. Mi chiudevo in me stessa, non ne parlavo con nessuno, nemmeno con la mia famiglia.

Semplicemente, mi rassegnavo. ‘E’ colpa tua, se tu non fossi così grassa, saresti più sicura di te, e le persone ti vedrebbero in un altro modo. Sei tu il problema, sei tu l’asociale. Loro hanno ragione a prenderti in giro. Nessuno vorrebbe mai essere amico di una come te, antipatica e acida’.”

Parole crude e laceranti, soprattutto se partorite dalla mente fragile di una dodicenne. Le insicurezze e i complessi si moltiplicano, l’odio per ogni aspetto fisico e caratteriale nei suoi confronti aumenta. E’ sul punto di non ritorno. Ma poi, qualcosa scatta in lei.

Quasi inconsapevolmente, avevo fatto del canto il mio rifugio. Da hobby, era diventato valvola di sfogo. A scuola, non facevo altro che pensare al momento in cui finalmente avrei potuto tornare a casa, in camera mia, sola con i miei pensieri e con la mia voce. Questo mi tranquillizzava, e mi distraeva da tutte le cattiverie che i compagni si divertivano ad infliggermi. Quando canto, sono un’altra persona. Mi chiudo a chiave, e mi distacco dal mio corpo perennemente imperfetto, dai miei nemici, dalle mie insicurezze. C’è solo il mio cuore, e ovviamente la mia voce.

Gli occhi che brillano, le gote che si arrossano, quel flusso d’aria che danza fuori dalla mia gola. Tutto questo mi ha salvata. Cantando, metto in ordine i miei pensieri, riesco a esprimere i miei sentimenti, mi sento felice, forte, sicura. Questo mi ha dato il coraggio di parlare con mia madre, e di andare da uno psicologo. Con il tempo, ho imparato a ignorare i giudizi altrui, anche se talvolta mi arriva qualche coltellata».

Becky da un annetto carica video su YouTube, con le sue cover musicali.

«Questa è stata una dura prova da superare, ma seguendo i consigli di mia sorella e dei miei amici mi sono decisa a mettermi in gioco, a cantare me stessa al mondo. Ogni mio assolo, ogni mio falsetto, ogni strofa che canto mi racconta».

Ed è davvero così. Ha una dote innata, quella di trasmettere solo con la sua voce tutto quello che prova, le sue paure, le sue angosce, ma anche l’amore e il coraggio che sfodera continuamente. Fa suo ogni brano, e ce lo regala con un pezzetto di se stessa. Eppure, le insicurezze rimangono.

«Molte persone dicono che sono brava, ma io non so cosa pensare. Sì, lì per lì mi sento felice e orgogliosa, ma poi arriva Lei, quella vocina che vive nella mia testa da ormai troppi anni. ‘Lo dicono solo per cortesia, non farti illusioni’. E basta un commento negativo ad abbattermi, a farmi dubitare di ogni cosa che faccio. Una volta, nei commenti di un mio video, mi diedero della puttana. Ancora adeso ci sto male, e non riesco a capire cosa c’entri come critica. Mi rendo conto che è solo un insulto vuoto, senza nessun valore, ma ugualmente ogni volta che ci rifletto su mi rabbuio.

Ma è grazie a queste critiche, alle risate della gente e alle occhiatacce quando canticchio distrattamente in classe che sto crescendo. ‘Io non sono quello che pensano gli altri. Non riusciranno mai a farmi smettere di cantare, a cambiarmi’. E anzi, oltre a cantare adesso disegno, scrivo racconti, brani, poesie, recito a teatro. Ho iniziato ad amarmi, e grazie alle arti sto conoscendo la vera Rebecca, una Rebecca solare e sensibile, che ama la vita e gli altri”.

Becky non è l’unica ad aver passato periodi negativi, sono tanti i ragazzi schiacciati e soffocati dal sociale e prima di tutto da loro stessi. Camminano a testa bassa, si sminuiscono, insicuri, lasciandosi vivere rassegnati. Convinti di valere zero, quando hanno infinite potenzialità. Lei che ci è passata, adesso nota cose perlopiù ignorate dalla maggior parte della gente. Se qualcuno sembra più triste del solito, Rebecca si sente in dovere di aiutarlo, di capire cosa c’è che non va. Si rispecchia negli altri.

«Conosco una ragazza che ama, come me, ballare, cantare, disegnare. Magari non è eccellente, ma nessuno può permettersi di dirle che non è capace di fare qualcosa. Mi metto nei suoi panni, e soffro quando sento le risate e le battute che la prendono di mira. A lei, come a chiunque mi legga, vorrei solo dire di dimenticarsi degli altri, e soprattutto di mettere a tacere i pensieri negativi. Fate quello che amate e basta, senza rifletterci troppo su. Vivere è questo, tutto il resto non conta».

Anita Vena

(studentessa del Vivaio di Ottopagine, il corso di giornalismo multimediale organizzato nell'ambito dell'iniziativa scuola lavoro)