Avellino

 

di Andrea Fantucchio

«Se fossi andato lì al tavolo, avrei fatto piangere tutti. Di Giacomo ho tanti ricordi stupendi. E un rimorso. Avrei potuto salvarlo da quel terribile incidente che l'ha condannato alla sedia a rotelle». Il professore Franco Capolupo ha gli occhi lucidi. Poi gli scappa un sorriso pensando al suo Giacomo. (Clicca sulla foto di copertina. E ascolta la toccante intervista)

Oggi in comune si ricordano i trent'anni dalla scomparsa dell'atleta irpino. In suo onore sarà realizzata un'opera dall'artista Gennaro Vallifuoco. Opera che sarà poi messa all'ingresso del Palazzetto dello Sport già intitolato a Giacomo. (Nella foto di copertina: liceo scientifico, 1976. Giacomo Del Mauro è quello col numero "8". La foto è di Lello Gizzi. Segnalata dall'amico e compagno di Giacomo Pasquale Matarazzo)

Noi abbiamo raccolto le parole del professore Capolupo. Un uomo che ha affiancato Giacomo in tutto il suo percorso umano. Dall'adolescenza con i sogni legati all'atletica. Fino all'accettazione dell'immobilità. Per lui iperattivo cronico. E poi la risalita con la carriera da allenatore di Pallamano.

Racconta Capolupo: «Il primo incontro con Giacomo? Lui era alunno del professore Adamo. Non aveva ancora tirato fuori le “stimmate” del campione.  Io avevo finito l’accademia. E allora gli facevo da sparring partner. Adamo non aveva più l’età per gli anelli (ride ndr)»

Si creò un rapporto speciale fra i due. Giacomo decise che avrebbe voluto imitare Franco. E diventare allenatore.

Racconta il docente: «L'ho portato al Laceno per preparalo. Poi accadde una cosa che non dimenticherò mai. Un giorno vennero degli amici a prendere Giacomo. Dicevano di avere il permesso del padre per portarlo a mare. Qualche giorno insieme. Ma io dissi che senza la presenza del genitore non potevo autorizzarli. Loro combinarono un incontro telefonico. Non c'erano i cellulari. Il padre autorizzò Giacomo e lui partì. Sei giorni dopo venni a sapere che si era rotto la spina dorsale. Con quel terribile tuffo».

Ma Giacomo non si arrese. Era un guerriero.

Racconta Capolupo: «Giacomo è sempre stato uno spugna. Assorbiva tutto quello che vedeva e sentiva. Voleva imparare il più possibile. Dopo l'incidente lo convinsi ad allenare la squadra di pallamano che stava morendo (si tratta dell'Inicnam Poligrafica Ruggiero’ divenuta poi ‘Acli Pallamano’”). Sono stati cinque anni indimenticabili. Dalla serie D alla A2”.

Conclude: «Il giorno della promozione più importante, Giacomo era in lacrime. Noi davamo a lui tutti i meriti del successo. Lui mi indicava. Io gli coprii la bocca, era il suo momento. Lui era umile, sincero, pulito, onesto. E ripeto: avrebbe potuto essere uno splendido allenatore di serie A».