di Luciano Trapanese
Con la morte di Angelo, ucciso dal freddo e dalla miseria, tutti hanno riscoperto il Mercatone. «Si deve abbattere», «risolvessero il problema», «qualcuno deve pagare per quel cancro nel cuore della città», e via commentando. Come se a causare la morte del giovane clochard fosse stato il Mercatone.
Ma c'è anche chi continua a fare un parallelo tra gli italiani lasciati a morire per strada e gli immigrati «negli alberghi a cinque stelle».
Anche in questo caso non c'è nesso.
Sulla questione accoglienza si può dire molto. Che sia anche in mano a criminali o speculatori è vero. Che sia gestita peggio che male, è vero. Che non c'è alcuna logica, è ancora più vero.
Ma le due cose – la morte di un italiano disperato e gli immigrati -, non possono essere messe l'una sull'altra. Sono figlie della stessa madre, la disperazione. Ma l'ultimo degli errori è quello di contrapporre disperazione a disperazione. Una inutile guerra tra poveri.
Dieci anni fa, in quella stessa struttura, morì uno straniero. Anche lui per freddo e miseria. E non era solo. C'erano anche italiani. E all'epoca la questione immigrati non era ancora esplosa.
Mescolare la morte di Angelo, con lo scandalo Mercatone e l'accoglienza, distoglie dal vero problema: la miseria che incalza e riduce sul lastrico tanti. Anche italiani. Soprattutto italiani.
E a fronteggiare questo dramma si lasciano sole poche e coraggiose associazioni. Qualche privato di buon cuore. E stop.
Governo assente. Regione assente. Comuni (in questo caso quello di Avellino), più che assenti.
Partiamo dalla struttura. Ma davvero c'è qualcuno che non immagina che i barboni trovino riparo anche altrove e non solo nel Mercatone? Siamo sicuri che non alloggino anche – è un esempio – nell'ex ospedale Capone, nel vecchio Moscati, nel Macello comunale, nel Maffucci o in qualsiasi altre edificio abbandonato di Avellino?
Il Mercatone è un inno di cemento e dolore dedicato allo spreco. Ma Angelo poteva morire lì come altrove.
Gli “invisibili” di oggi non sono quelli di qualche anno fa. C'è gente che conduceva una dignitosa esistenza. Famiglie intere. Che oggi non hanno più nulla. E non si tratta dei soliti. Di quelli che vivono al limite anche e solo per avere una casa gratis. Ma persone che hanno vergogna della loro situazione. Mamme che si recano alle mense dei poveri per ritirare il cibo da mangiare a casa. Con i figli.
Pensiamo a questo. Pensiamo a loro. Manca del tutto una rete di solidarietà che coinvolga anche le istituzioni. Il comune di Avellino non è neppure riuscito a garantire un posto caldo – in questi giorni polari – a tre persone che vivevano nel Mercatone. Di fronte alla povertà crescente riesce solo a dire «non ci sono soldi». Ma non c'è un'iniziativa, che sia una.
Eppure – possiamo testimoniarlo – il caso di Angelo, la storia dell'anziano che vive da anni in auto, hanno sollecitato la generosa solidarietà di molti avellinesi. Ci sono arrivate tante segnalazioni, richieste (come possiamo aiutarli?). Una disponibilità imprevedibile. Commovente.
Questa è la forza di una comunità. Questi i valori che con faciloneria si dice siano evaporati per sempre.
Perdere tempo ed energie per disquisire sul web sui mali del Mercatone o sul “prima gli italiani”, è davvero inutile. Inconcludente. Banale.
Se il comune non ha soldi può almeno convogliare il desiderio espresso da tanti avellinesi: sentirsi utili. Aiutare chi soffre, chi è in difficoltà. Sono tempi drammatici, ed è facile trovarsi in certe condizioni. Basta un niente. Un lavoro che svanisce. Una malattia.
Il comune non farà nulla. Oltre alle chiacchiere e alle lacrime di coccodrillo.
Ma uniamo le forze positive di questa città. Mettiamo insieme persone veramente solidali. E diamo una mano a chi ne ha bisogno.
Ottopagine sarà con voi, in prima linea. Anche per costituire un nucleo operativo, un centro di informazione e comunicazione, che sia accanto a chi non ce la fa. E con noi la Caritas (con quella di Benevento c'è già una splendida collaborazione). Contattateci e lavoriamo insieme.
Grazie.