di Luciano Trapanese
Gli avellinesi si sono indignati per le luci di Natale (in ritardo). Per le continue promesse su lavori iniziati e mai conclusi (tunnel e piazza Libertà). Per il concerto di fine anno con un giorno d'anticipo (70mila euro al vento). Ma questa volta, e lo sapete, è peggio. Le scuse non bastano.
Le inchieste neppure.
La Protezione civile aveva avvisato il comune: arriva un'ondata di gelo, mettete in sicurezza tutti i senza casa, i clochard.
Avellino non è Napoli. E neppure Roma. I barboni sono pochi, e conosciuti. Tutti sapevano che tre persone vivevano lì dentro, in quel gelido inferno che è il Mercatone. Sono stati segnalati, intervistati. Più volte. Erano note le loro storie e le loro abitudini. Tutto.
Salvare Angelo era possibile. E doveroso.
Un ricovero caldo, almeno in questi giorni polari.
E invece, niente.
Il sindaco Foti chiede scusa alla città.
Questa volta non basta. E' morta una persona. Che si poteva salvare. Lui e i suoi amministratori sono rimasti immobili. A rigirarsi i pollici. I servizi sociali hanno dormito. L'assessore competente dorme ancora. Sono responsabili di quella morte.
Una colpa morale. Grave. E che dovrebbe spingerli a rimettere il mandato e scollarsi dalle poltrone.
Almeno per dignità.
Non si tratta di luminarie, lavori in corso o concerti. Cose che oggi sembrano davvero di secondaria importanza.
La superficialità è costata la vita di un uomo.
E per essere chiari ripetiamo: si sapeva di quei tre “residenti” nel Mercatone. Si sapeva che non avrebbero potuto affrontare quel gelo.
Bastava un tetto per qualche notte, una cena calda e qualche coperta. Bastava un po' di interesse. Di buona volontà. Di spirito solidaristico.
Meglio dirlo subito. Ci tiriamo fuori da qualsiasi strumentalizzazione. Chi ha voglia di fare il tiro a Foti sfruttando questa tragedia non avrà ospitalità su questo organo di informazione. Anche perché – e lo diciamo con amarezza -, non siamo così certi che il dopo Foti, con i nomi che circolano, sarà tanto diverso dall'oggi.
Resta la rabbia. Vera. Perché la leggerezza che è costata la vita a quel giovane, è figlia di tanti padri. E di tanti decenni che hanno devastato il cuore generoso di questa comunità.
Bisognerebbe mettere un punto. E ripartire proprio da questa tragedia. Ma non sarà semplice.
Sarà compito dell'associazionismo sano, dell'informazione libera, degli abitanti di questa città, di chi sente risvegliare dentro uno spirito assopito, ribaltare il tavolo e ripartire.
Noi ci saremo. Ma da soli (o con i soliti pochi), non potremo far altro che parlare al vento. Un esercizio che non serve a nessuno. Nè a noi, né a voi. E soprattutto non serve a questa città.