di Anita Vena*
L’Italia non è un paese per i giovani. Lo gridano forte e chiaro i dati: quasi due milioni i disoccupati tra i 25 e i 34 anni. Insomma, il modo più semplice per iniziare a lavorare, è andare via. Se hai un dottorato o solo il diploma non importa. Qui, il lavoro non c’è. Allora, perché non tentare altrove? Questo il ragionamento di Nikol, italiana che vive e lavora a Leicester da sei anni. Ma c’è un piccolo dettaglio. Lei non ha neppure avuto il tempo di porsi il problema. Una scelta improvvisa, non sua. Una scelta che ha condizionato tutta la sua giovinezza. Ma andiamo con ordine.
Nikol, classe 1980, si è laureata in Chimica e Tecnologie Farmaceutiche a 22 anni, qui a Napoli. Un anno di attesa, poi il primo impiego dopo il dottorato. Inizia ad occuparsi, nell’ambito della ricerca, dello studio di nuovi farmaci. Dopo qualche anno, le viene data la possibilità di fare uno stage a Londra. Accetta, e si ritrova immersa in questa nuova avventura. Non sa che, in Italia, non c’è più posto per lei.
«Il lavoro in Inghilterra sarebbe dovuto essere solo un’esperienza, almeno credevo. Non avevo considerato la possibilità di un licenziamento». Queste le parole di Nikol.
«Mi arrivò, durante lo stage, una chiamata dall’Italia. Era il mio professore. ‘Non abbiamo più fondi per rinnovarle il contratto ’. Parole secche, concise, ma che hanno determinato la mia vita. All’improvviso non avevo più nulla. Né un lavoro in Italia - sottopagato, sì, ma il mio lavoro, il lavoro che amo -, né i mezzi per cercarne un altro. A trent’anni mi sono ritrovata sola, lontana da casa, senza un soldo. Nessuna certezza. I miei sacrifici, tutti gli anni donati allo studio e al lavoro non contavano più nulla.
Poi, una porta che si apre. Nell’Università inglese, stavano cercando nuovi ricercatori. Subito inviai un curriculum. Il colloquio, poi l’assunzione. E’ successo tutto così in fretta. Mi stupisco ancora della facilità di trovare un’occupazione, qui. Bastano solo i meriti, non si soffermano sul tuo cognome».
Veloce, ma non altrettanto semplice. Anzi. Primo ostacolo, la lingua. “Conoscevo l’inglese come può conoscerlo un qualsiasi studente italiano. In altre parole: hai le basi, ma non sai applicarle. E’ stato difficile, all’inizio, capire e farmi capire dagli altri. Una gran paura di essere raggirata, di ricevere indicazioni errate, di venire fraintesa. Piano piano, ce l’ho fatta”.
Dopo un lungo travaglio, inizia la risalita.
«Prima di tutto, qui c’è il rispetto del lavoro, almeno nel mio campo. A Napoli, non vieni pagato per quello che effettivamente fai, per le ore di lavoro. E’ dato tutto per scontato. Rimani l’eterno studente. E’ come se ti facessero un favore a permetterti di collaborare con i professori. Lì non sei visto come lavoratore, anche se lo sei. Qui invece è totalmente differente. E’ un impiego a tutti gli effetti, riconoscono i tuoi sforzi. Le tasse che paghi sul tuo lavoro sono nettamente inferiori, hai un contributo pensionistico - che non avevo in Italia -, la paga è migliore. Inoltre, hanno riguardo per le figure professionali. Per tutte, dalla prima all’ultima. A Leicester, non mi hanno mai permesso di dare del lei o di chiamare professore il mio superiore. Mi sento una persona, adesso, e non un portaborse.
Quando mi sono trasferita, ho avuto modo di risentire i miei colleghi italiani. Stesso percorso, stesso ruolo. Solo che il loro, in Italia, è visto come un lavoro che non può avere sbocchi futuri. Molti si sono arresi. Chi si è accontentato, chi ha deciso di cambiare strada. Non potendo lavorare, tante si sono dedicate a fare le mamme a tempo pieno. L’Italia non valorizza le vecchie leve, né tantomeno lo farà con le nuove. Noi, che possiamo rinnovare il mondo, siamo stati cacciati via. Non ci hanno voluti, ci hanno detto che non eravamo all’altezza. Magari solo perché non avevamo un cognome importante o un garante alle spalle che ci spianasse la strada. Questo fa male dirlo, da italiana, ma è così.
Una visione idilliaca quella di poter lavorare in Inghilterra, penserete. Vi sbagliate. Scordatevi i “beata te, che fai quello che ami”. Non le è stato regalato, ma pagato a caro prezzo.
«Ero - e sono - lontana dalla mia famiglia. Ho rinunciato a mia madre e a mia sorella, ai miei amici. Un profondo senso di sconforto. Di abbandono. Tutto questo per il lavoro, o meglio per il mio sogno. Hanno cercato di strapparmelo, in Italia. Non ci sono riusciti, me lo sono tenuto stretto. L’ho inseguito fin qui, pagando con i miei affetti.
Non è bello, sai, accontentarsi di parlare con tua mamma e tua sorella solo tramite una telefonata o un messaggio. Non posso essere presente agli eventi della mia famiglia. E’ un sacrificio enorme. Ho rinunciato a vivere da spensierata. Le mie coetanee si sono create una famiglia. Io, invece, ho reso il lavoro la mia famiglia, riversando in esso tutto il mio impegno e amore».
Questa ragazza è stata costretta a scegliere. Coltivare le proprie passioni, o accontentarsi di un lavoro precario che non si ama? Sicurezza economica o affetti? Leicester o Napoli? L’Italia non si è curata dei suoi bisogni. Non ha saputo garantirle una prospettiva futura completa sotto tutti gli aspetti. Eppure, Nikol ama il suo Paese. Le manca.
«Spero ancora di poter tornare, di poter lavorare in Italia. Ovunque, ma a casa mia. Questo, più che altro per poter dare un contributo alla mia terra. Anche nel mio piccolo. I miei studi, le mie ricerche, i traguardi raggiunti. Dedico tutto al mio Paese. Anche se mi ha sbarrato ogni accesso, io ci credo ancora. Non conosco un solo emigrato italiano che non ne abbia nostalgia, che non voglia tornare. Le porte sono chiuse? Aspetteremo. Più anni passano, più questa speranza si affievolisce, ma non importa.
Voglio mettermi ancora in gioco per l’Italia. Mi piacerebbe far aprire gli occhi agli italiani. Fargli capire quello che stanno perdendo, giorno dopo giorno. Oltre ai giovani, stiamo perdendo la nostra identità. Potremmo essere una potenza, sotto tutti i punti di vista. Vedo sempre più italiani che rivestono ruoli di un’importanza strategica spaventosa, qui all’estero. E mi fa rabbia, perché sono le stesse persone che avrebbero potuto risollevarlo, il nostro paese. E invece no. Continuino pure a ignorare il problema. Indifferenza ed egoismo. Unica preoccupazione: i propri interessi nel presente. Chi se ne frega del domani, delle nuove generazioni. Bisogna agire. Smettere di criticare, e proporre se qualcosa non ci sta bene. Dobbiamo essere governanti del nostro paese. Viverlo, e cambiarlo”.
Quindi, rimanere nella speranza di cambiare, o fuggire via?
«Sicuramente un’esperienza all’estero ti forma. E’ una tappa fondamentale e necessaria nella vita di tutti noi. Ti permette di esaminare le cose da un altro punto di vista. Impari ad essere critico, a fare dei confronti. Diventi adulto e consapevole. Però bisognerebbe partire per scelta, e non scacciati con torce e forconi. Se si vuole ritornare, le porte devono essere aperte, darti la possibilità di vivere».
Utopia. Almeno per ora. Di fronte a questo scenario, in cui devi fare i salti mortali anche solo per farti accettare dal tuo paese, mi chiedo “Ma è davvero questa la nazione che fa per me?”. Non so se lo diventerà, non so se saremo noi giovani a cambiare le cose. So solo che io, come tanti altri, non sono disposta a sacrificarmi in una battaglia persa in partenza. Molto poco patriotticamente, sono pronta a fare le valigie e a costruire altrove la mia vita.
*Studentessa del Vivaio di Ottopagine, il corso di giornalismo multimediale organizzato nell'ambito dell'iniziativa scuola lavoro