di Andrea Fantucchio
«Abbiamo accolto una famiglia sfrattata in questi giorni. Erano rimasti per strada. Inaccettabile. Quando ci sono gelo e neve bisognerebbe evitare gli sfratti. Almeno finché non si offre a queste famiglie un'alternativa dignitosa». A lanciare l'allarme è Carlo Mele, direttore Caritas Avellino.
"Ottopagine" lo ha intervistato.
Mele evidenza un disagio sociale esploso in questi giorni. Dopo l'inizio degli sfratti in città. Tante famiglie saranno costrette a lasciare la propria abitazione. Spesso senza avere un posto dove andare. Famiglie costrette ad arrangiarsi per strada.
Mele continua: «Anche il Tribunale deve preoccuparsi di dove finiranno queste persone. Di quale sarà il loro futuro. Non limitarsi a emettere le ordinanze di sfratto. Senza avere la certezza che qualcuno si occuperà delle famiglie cacciate via. Ora più che mai gli enti devono far rete fra loro».
La famiglia avellinese citata da Mele non è un caso isolato. Nel 2014 sono stati oltre 36mila i nuclei famigliari sfrattati in Italia. A fronte di oltre 150mila richieste di esecuzione. Numeri simili anche nel 2015 e 2016. Per quasi 100mila sfratti in tre anni.
Cifra raddoppiata rispetto a un decennio fa. Non solo sgomberi contro l'abusivismo. Cacciate anche famiglie con regolari contratti d'affitto. Famiglie che spesso non riescono poi a ricollocarsi all'interno del contesto sociale d'appartenenza. Con figli a carico il cui futuro è già pregiudicato in età adolescenziale. Se non prescolare.
Se poi manca la fragile stampella della pensione dei nonni, il collasso di questi nuclei familiari è assicurato. Il paradosso, infatti, è che sono gli anziani a dover lavorare fin oltre l'età della pensione. Per aiutare i figli disoccupati che spesso sono affiancati da compagni e compagne che vivono lo stesso disagio.
E' perciò vitale sviluppare una rete di assistenza che deve includere realtà associative, Comuni e privati che lavorino a più livelli. A partire dagli sportelli di ascolto. Dove le famiglie, spesso composte ex-professionisti che hanno perso il lavoro, trovano il coraggio di denunciare la propria situazione. Di chiedere aiuto iniziando la risalita.
Si deve lavorare su due fronti. Prima contrastare la povertà nell'immediato. Ridare una casa alle famiglie sfrattate. Magari attingendo al vasto numero di immobili inutilizzati in Italia. Oltre 7 milioni di edifici, fra strutture sfitte o abitate da non residenti. Affidando la gestione di queste strutture ad associazioni accreditate o a cooperative di giovani.
L'assistenza sociale diverrebbe così anche un'occasione per contrastare la disoccupazione dilagante. Offrendo ai ragazzi l'opportunità di spendersi per la comunità e nel contempo di trovare un'occupazione. Un percorso nel quale sono imprescindibili figure professionali formate e specializzate nel supporto psicologico.
Figure che devono condurre i membri della famiglia a superare l'indigenza. E poi a ricollocarsi all'interno della società.
Troppo spesso il dramma è più profondo dei danni visibili. Con la povertà che finisce per diventare menomazione. Spingendo l'individuo a sentirsi inutile, a perdere la fiducia nel presente e poi nel futuro. Uno stato di frustrazione che, se prolungato, può sfociare in gesti estremi.
Finora le risposte delle istituzioni sono state insufficienti. Perché ancorate alle emergenze e degenerate in cattive gestioni. O, in alcuni casi, finite in mano alla criminalità.
Serve perciò una risposta complessiva, programmata e estesa nel tempo. Aspettare, non è più consentito.
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