A salutarmi per primo, qui a Ospedaletto, è stato un cartello pubblicitario. Non salta quasi all’occhio, nel suo angolino. “Video sexy shop”. Niente di strano, se non fosse per un bel “No!” spruzzatoci sopra. Un atto vandalico subdolo, perché discreto. Un “No!” di colore nero, incisivo. Un no alla pornografia, ma un no anche alla libertà sessuale di ognuno di noi.
Brutto come un capello nel piatto, soprattutto oggi, 2 Febbraio 2017. In questo momento infatti si sta tenendo la Candelora. Una festa tra il sacro e il profano, che riunisce tutti i ‘femminielli’ ogni anno presso il santuario di Montevergine. Tammurriate e pizziche. Musica e vino. Ma anche una profonda devozione nei confronti della Schiavona. La Madonna nera, la mamma degli ultimi. La mamma che tutto perdona, che tutti ama. Per questo quell’atto vandalico stona, soprattutto lì, a 10 metri da un altro cartello. Un cartello arcobaleno stavolta. Un cartello che dice di sì. Sì all’individuo in tutte le sue presunte diversità. Sì all’amore in ogni sua forma. Chiunque venga qui riceve questo monito: “Ospedaletto d’Alpinolo è contro l’omotransfobia e la violenza di genere”.
Inaugurato alle 11 di questa mattina da Vladimir Luxuria, non ne poteva più di starsene sotto quel lenzuolo rosa. Così come il messaggio che porta, non poteva rimanere occultato. Per andare al santuario di Montevergine, ci si deve fermare qui ad Ospedaletto e prendere la navetta. Tutta colpa della funicolare, che non funziona. Insomma, chiunque voglia partecipare alla Candelora, passa di qui e vede quel piccolo cartello colorato. Un gesto significativo da parte dell’intera comunità. Un benvenuto rivolto a tutti. Un benvenuto caldo, umano, che ci fa capire che qualcosa si sta muovendo. «Siamo tutti uguali, tutti! Lesbiche, gay, trans, uomini, donne. Siamo tutti umani di serie A», dice Vladimir Luxuria. «Ognuno di noi va rispettato come individuo, e può e deve essere se stesso, mostrarsi per com’è! Nessuno può costringerti a lasciare la tua casa, a scappare dalla tua vita per il tuo modo di essere». Un odio ingiustificabile nei confronti del diverso, che poi così diverso non è. Parole commosse e accorate anche quelle del sindaco Saggese: «Questo è un passo in avanti, un segnale che l’omofobia sta arretrando. Parte anche da qui, da un piccolo paese dell’Irpinia, e non da una metropoli, un messaggio di speranza».
Ma il cartello non è tutto. Infatti questa cittadina è anche la prima ad aver inaugurato, in Italia, il bagno gender. Certo, ce ne sono già stati. Ma mai riconosciuti dalle istituzioni. In questo caso, è stata l’amministrazione a battersi per renderlo possibile. “Chiunque può usare questo bagno, indipendentemente dall’identità di genere”. Un po’ come dire che non interessa che tu sia uomo, donna o altro, hai tutto il diritto di vivere. Hai il diritto di esprimerti, di amare, di passeggiare, di lavorare e sì, anche di andare in bagno. Un bagno che è simbolo di una vita senza catene. Senza che si venga smistati in una categoria. Senza che quella gabbia diventi anche la nostra tomba.
Anche Luxuria ne fa uso. «Due metri quadrati di civiltà», ci dice sorridendo. Ma non è la sola. Tanti, anche con identità di genere definita, non si fanno problemi ad andarci. Quasi a ribadire che è davvero un bagno per tutti. «E’ bello sentirsi liberi anche in queste piccole cose, nel quotidiano». Intanto, la lotta non termina qui. Con l’approvazione delle unioni civili, si è data una scossa al Paese. Un grido, un “esistiamo anche noi”. Ma non basta. «Ci sono ancora troppi episodi di discriminazione, gente che soffre, che si sente obbligata a lasciare la propria famiglia. Persone che sono portate a sentirsi sbagliate, che sentono di non avere spazio».
Spostandoci verso il centro della piazza, notiamo una bandiera. Sventola in alto, orgogliosa di ognuno dei suoi sette colori. Una bandiera guardata con gioia da tutti. Già, perché rappresenta noi, in prima persona. Innalzata in occasione della Candelora, è lei la vera protagonista. «E’ un simbolo che in tutto il mondo significa libertà, accoglienza, rispetto per l’altro», ci dice Donata responsabile Iken Avellino . «Vedo riconosciuta dallo Stato la mia esistenza, in questi piccoli gesti».
Ma questo è solo l’inizio. La vera manifestazione è su al santuario. Un clima di gioia e festosità. Una gioia però non solo di omosessuali e trans, ma condivisa. L’80 per cento dei 2000 partecipanti sono eterosessuali. Mai come ora si respira empatia. Non più una rivendicazione dei diritti del diverso, ma di quelli di tutti. Una comunità che ha un solo cuore, che canta la stessa melodia di pace e tolleranza.
Dunque, Ospedaletto d'Alpinolo è il simbolo della lotto contro l'omofobia. Proprio come dice la targa inaugurata.
Da Ospedaletto a Montevergine, la destinazione tanto attesa. Un clima di gioia, di festa quello del 2 febbraio. Ma soprattutto un clima di sfogo, di speranza.
Speranza la cui voce portante è lei, Vladimir Luxuria. Regina indiscussa del "Femminiello Pride". Grande storia la sua. Ha avuto i coraggio e la forza di affermare se stessa e le proprie idee. Non è stato facile, ovvio. «La Candelora è per me una grande vittoria. Ma non è finita qua, questo è soltanto l'inizio. La strada è in salita. - racconta -. Ancora tanta la gente che usa l'aggettivo "gay" per insultare. Ancora tanto il disprezzo e tante le discriminazioni. Troppi gli sguardi di sdegno. Ancora troppa gente che soffre, che si nasconde. E il 2 febbraio è uno dei primi segnali di cambiamento, insieme alle unioni civili. Insomma, c'è ancora tanto da lavorare. Io lotterò sempre per i diritti degli omosessuali perché credo che tutti devono avere il diritto di vivere per come sono. Lo credo fermamente».
A proposito di unioni civili, a Montevergine abbiamo incontrato anche loro: Bruno e Orlando, la prima coppia gay d'Europa a essersi sposata in municipio. Un primato tutto irpino. Già, perché Bruno di Febbo è di Ospedaletto d'Alpinolo. Niente è per caso. Si dimostra subito molto disponibile. E, mentre è intento a ritrovare suo marito perso tra la folla, a parlarci è proprio lui. «Dopo cinquant'anni di lotta per i nostri diritti, ce l'abbiamo fatta. Siamo la prima coppia in Europa a essersi sposata con la legge Cirinnà, oltre che a essere la più longeva. Ne vado fiero. Non a caso, la targa inaugurata a Ospedaletto è dedicata a me. Paradossale. Paradossale perché da giovane, a Ospedaletto, non ho passato un bel periodo. Purtroppo ho vissuto in anni dove la chiusura mentale e i pregiudizi erano più forti della libertà individuale. Fu per questo che scappai in Germania dove ho incontrato Orlando, l'uomo della mia vita. Da lì, la nostra storia d'amore. Adottammo anche un bambino. Oggi è sposato. Lo abbiamo cresciuto con affetto e sani valori. Non importa il sesso. Quando in una famiglia c'è amore, per un bambino c'è tutto. E mio figlio ne è la prova», dice gonfio d'orgoglio.
Continuiamo il nostro cammino nella bella e ancora innevata Montevergine. Incontriamo un'altra coppia omosessuale. «Oggi siamo qui per pregare la Mamma Schiavone. Pregare per il nostro futuro. Tra un anno vogliamo sposarci ma ancora nulla di ufficiale. Stiamo insieme da sei anni e vogliamo coronare il nostro legame con l'unione civile. Ci stiamo pensando, ma al momento cerchiamo di goderci la festa. Un mix di sacro e profano, in altre parole Candelora - affermano -. Siamo contenti di questa festa. Rappresenta i nostri diritti. Purtroppo, tanto tempo fa veniva banalizzata. C'era troppo folclore, troppa estrosità. Estrosità che non faceva vedere di buon occhio il mondo omosessuale. Oggi viene presa più seriamente. Quasi come un impegno. E così deve essere. E il fatto che qui ci sia molta gente etero testimonia una tolleranza che prima non esisteva».
A concludere è lei, una transgender. Cammina disinvolta per i corridoi del Santuario. Ride, canta, balla e ama farsi fotografare. «E' la prima volta che vengo qui a Montevergine e sono felicissima di esserci venuta. Ho una sensazione di benessere inspiegabile. Finalmente mi sento donna al cento per cento, libera di essere me stessa. Grazie Mamma Schiavone. Gli altri giorni sono costretta a essere un uomo. Ma ora posso gridarlo a gran voce: io sono una donna!».
Mariagrazia Mancuso e Anita Vena
(studentesse del Viavio di Ottopagine, il corso di giornalismo multimediale organizzato nell'ambito dell'iniziativa scuola/lavoro)