di Luciano Trapanese
Ospedaletto d'Alpinolo primo comune deomofobizzato. Una storia durata poche ore. Giusto il tempo di consentire a omofobi convinti di acquistare una bomboletta spray e scrivere sul cartello che segnala l'arrivo in paese due parole. Due sole parole. Due macigni su “quell'esempio che arriva dal Sud”. «Ricchioni e pederasti». Stop.
In una nazione che pascola compiaciuta tra gli aridi campi della discriminazione, quel cartello, sistemato in un piccolo comune del Mezzogiorno, raccontava un'altra Italia. Quell'Italia dei diritti e delle libertà personali. Dell'amore a prescindere.
Un'Italia che non conosce la parola “diverso”. Accogliente e generosa. Dove sesso non fa rima con peccato. E l'omosessualità non è una malattia, ma uno dei tanti modi di vivere il piacere e i sentimenti.
Quell'Italia ha perso. A Ospedaletto. Ma rischia di perdere ancora. Sovrastata da quella parte del Paese che ha bisogno di regole e certezze, legge e ordine, capibastone e slogan da ripetere a cantilena. Troppo impegnata a denigrare e insultare, forse anche per paura (del diverso, del futuro, della crisi), e che proprio non sopporta l'inevitabile complessità del mondo. Tutto nero o tutto bianco. Il resto via. I “ricchioni”, i “negri” e tutto quello che non rientra nei canoni rassicuranti che compongono la nostra presunta “identità”. Ed è proprio quella presunta “identità”, a rappresentare oggi il più chiaro esempio di perversione collettiva. Una perversione profonda, malata. Che fa a pezzi la nostra storia recente e ci trascina in luoghi oscuri, dove la parola libertà si declina con l'intolleranza, l'egoismo, la becera rappresentazione di un mondo chiuso, che ha poche parole, poche speranze, pochi colori.
Quel cartello di Ospedaletto d'Alpinolo non era un inno all'omosessualità. Diceva altro: «Non mi interessa cosa o chi desideri, ma solo chi sei».
Ci era sembrato un fiore nel deserto. O una ginestra sulla cima del Vesuvio. Fragile e forte insieme. Un fiore di speranza. Ma è stato reciso subito. Pochi istanti e due parole. Strappato. Normalizzato.
Quel messaggio, evidentemente, era troppo complicato. Nascondeva troppe sfumature tra il bianco e il nero.
Sui social – dove spesso c'è la narrazione vera dell'anima del Paese -, in molti hanno difeso gli autori di quelle scritte. Mancava solo il mantra della “castrazione chimica”. Scoraggiante e prevedibile. Purtroppo.
Tra qualche giorno quel cartello verrà sistemato. Ma lo sfregio resta (e potrebbe essere ripetuto: su questo pochi dubbi). Il Sud poteva mostrare a tutti il suo volto tollerante e aperto (che c'è, lo sapete bene). Invece, niente. Quello spray nero ha disegnato rabbia e discriminazione. Non è stata una bravata. E' l'esatto spirito di questi tempi. Sono tempi duri, difficili. Scrollare le spalle è una sconfitta. Far finta di nulla anche. L'ultima cosa da fare è arrendersi. Almeno per chi, come noi, continua a desiderare un mondo a colori.