Avellino

I paesi irpini opprimono. Lo sapete tutti. E’ quasi impossibile per un ragazzo trovare la sua strada in un minuscolo centro di cinquemila abitanti. Quattro case, un paio di bar, niente da combinare.

Raggiungi i venti, fai le valigie e vai fuori a studiare o a lavorare. Costruisci casa e famiglia lontano dal tuo paesello. Ti viene nostalgia, e torni a Pasqua e Natale. Ma non è cambiato nulla da quando te ne sei andato. E te ne lagni. Ma questa decadenza è anche colpa tua. Colpa nostra.

«Cosa ci sto a fare qui? Non c’è lavoro, non ci sono servizi. Non c’è futuro». Tutti bravi ad accusare. A lamentarsi. Senza lottare per cambiare le cose. Vediamo la gente fuggire dal nostro paese, e come reagiamo? Andandocene anche noi. A malincuore.

«Non c’è fiducia. E’ questo il problema principale», dice bene Franco Arminio, paesologo e poeta. Uno dei pochi che ci crede ancora, nella sua terra.

«Nei paesi si vive male, questo è ovvio. Visto da fuori, sembra quasi un mondo a parte. Un ambiente comunitario, in cui tutti sono amici e vivono tranquilli. Paesaggi mozzafiato e niente ansie. Puoi respirare, distendere i nervi. Non come in qualche frenetica città. Purtroppo, non è esattamente così».

Esatto. Perché questa è una tranquillità che uccide. Che non ti permette di andare avanti con la tua vita. Gli unici che ci rimangono sono gli anziani. Sono radicati qui, nel paese in cui sono nati e cresciuti. La loro casa, il loro bar, la loro panchina. Ma non dobbiamo pensare che gli over 70 non si accorgano della decadenza. Anzi, la avvertono più di tutti. Unici padroni di queste pietre ormai mute.

Molti si rinchiudono in casa, privandosi di quel poco di vita ancora là fuori. I vecchi di cui nessuno parla. Quelle persone che quando escono sono spaesate, fuori posto. Camminano frettolose, sguardo basso, occhi tristi e agitati. In un paese che non è più il loro, così vuoto. Un paese morto che non riesce a dare niente. Ne diventano la rappresentazione vivente.

Purtroppo, va a finire che qualcuno si lasci morire. Morire di tristezza e solitudine, e farla passare per una cosa normale. «Era vecchio, che doveva fare?». Agghiacciante. Il paese che un tempo li nutriva, ora li ammazza. Tutto occultato, nessuna protesta. Ma come è possibile che degli esseri umani si spengano in questo modo? Che si arrendano, e si carichino di tutta l’angoscia che trasudano piazze e strade? Piazze e strade fredde, grigie. Deserte. Le stesse strade che un tempo brulicavano di vita.

I giovani scappano, i vecchi si consumano, impotenti. Il problema va estirpato alla radice. Ma come? Con una ripresa economica, che alla fine è l’anticamera di quella sociale.

Basterebbe davvero poco per migliorare la situazione. Non solo per preservare queste vite così fragili, ma anche per stimolarne di più giovani. Novità. Aziende. Strutture. Restauri. Posti di lavoro. Ma anche luoghi dove incontrarsi e stare insieme. Che non siano il tavolino di un bar o una slot machine. In città ci sono, quindi perché non spostare queste piccole realtà anche nei paesi, dove ce n’è molto più bisogno?

«Il problema è lo spopolamento. L’emigrazione è causa e conseguenza del degrado dei paesi. Unica soluzione possibile, fermarla», ci dice Arminio. «Bisogna puntare su dei progetti che rimettano in sesto proprio le strutture fondamentali. Riparare strade, riaprire ospedali e scuole. Nuove garanzie. Un motivo valido per non abbandonare la propria terra. Per riprendere ad amarla. Ma questo è il minimo. Non dobbiamo puntare solo sulla manutenzione. Bisogna farli crescere, questi paesi. Hanno un enorme potenziale».

Un potenziale naturale, scontato. E per questo ignorato e sottovalutato.

«Le loro risorse primarie sono appunto le varie coltivazioni (viti, oliveti, frutteti). Quindi, perché non operare in tal senso, incentivando le aziende agricole e l’artigianato? Inoltre, ogni paese ha il proprio corredo di storia e tradizioni, di paesaggi e prodotti locali. Per non parlare di borghi e chiese. In ognuna di queste si nascondono opere d’arte. Si deve promuoverle. Il turismo non va sottovalutato. E’ il perno centrale».

Ci sono ostacoli, come al solito. Mancano i fondi. Ma questa è una mezza verità.

«E’ vero, purtroppo lo Stato italiano non si rende conto del valore di questi piccoli agglomerati. Continua a puntare solo sulle grandi metropoli. Preferisce dimenticarsi dei paesi, in nome di innovazione e globalizzazione. Ma guardiamoci un po’ intorno. Cos’è l’Italia, se non un enorme complesso di paeselli immersi nella natura? Io ci credo nei paesi, e sono convinto che presto ci sarà una loro rivalutazione. I fondi si troveranno».

Questo è rincuorante, ma allora dove sta il problema? Cosa impedisce davvero la crescita? Purtroppo, siamo noi abitanti i colpevoli. Rei di non aprire gli occhi per davvero. Di guardare solo le difficoltà. Senza renderci conto del tesoro che abbiamo a disposizione. Per fortuna, non tutto è perduto. Piano piano, arrivano piccoli segnali. Qualcosa sta per cambiare.

«Io una ripresa già la vedo. E parte proprio dai giovani». Non sono tutti bamboccioni o in procinto di emigrare. «C’è chi rimane, e non per vivere passivamente. Molti quelli che si appassionano all’agraria, e decidono di rinnovare l’azienda di famiglia. O di aprirne di nuove. Di reinventarsi quei lavori che ad oggi sono obsoleti. Nuovi calzolai e fabbri. Rivisitazioni in grado di stare al passo con i tempi. Una boccata d’ossigeno».

Insomma, le basi ci sono. Dobbiamo lavorare, insistere. E smettere di fuggire dai problemi. Di abbandonare le nostre case, la nostra comunità. Rincorriamo un qualcosa di indefinito, che possa assicurarci un futuro. Ma perché non ci fermiamo e costruiamo? In un Paese a pezzi, l’unico modo per sistemare le cose è appunto questo, costruire. E si parte proprio da qui, dal piccolo.

Anita Vena*

*(studentessa del Vivaio di Ottopagine, il corso di giornalismo multimediale organizzato nell'ambito dell'iniziativa scuola lavoro)