Avellino

«Nel 2050 scompariranno i piccoli comuni dell'Irpinia».

Così, Toni Ricciardi, professore universitario e studioso dei flussi migratori. Ricciardi ha una particolare sensibilità sulla questione.

«Sono nato in Italia ma per qualche anno ho vissuto da clandestino. I miei genitori erano rientrati dalla Svizzera. Poco dopo ci ritornammo per motivi di lavoro. Dunque, io in prima persona ho vissuto l'emigrazione. Come tanti italiani, del resto. Chiunque ha una storia di emigrazione nella propria famiglia. Ed è per questo che credo fermamente che i movimenti migratori siano la cosa che più accomuna gli italiani».

Esperienza che arricchisce. Sicuramente. Ma che ruolo gioca oggi l'emigrazione? Un ruolo decisivo, senza dubbio.

«Il numero è approssimativo – dichiara Ricciardi -. Ma oscillano tra 30 e 40mila circa le persone che ogni anno fanno i bagagli per abbandonare la madrepatria. E' triste, lo so. Ma i flussi migratori hanno da sempre raccontato la storia e i cambiamenti dell'uomo - dice -. Basti pensare al '45, quando il 45 per cento della gente era disposta a emigrare per cercare lavoro. Poi però nacquero i coltivatori diretti i cui figli divennero operai metalmeccanici negli anni '70. Qui il boom economico. Tutto bello, tutto per il verso giusto. La stessa Irpinia si ripopola. A loro volta, i figli dei metalmeccanici vengono indirizzati verso un futuro migliore: lo studio. Ma ottenuto il titolo di studio, ci sarà un qualcosa adatto alla propria formazione e ai propri obiettivi? Cervelli in fuga. Eccola la risposta. E qui nasce il problema».

Tuttavia, quella dei cervelli in fuga suona più come una barzelletta. Un mito da sfatare. «Già, una barzelletta. Perché oggi a essere in fuga non sono soltanto i cervelli ma anche le braccia. Dunque la teoria dell'espulsione-attrazione degli anni 70 è stata superata. Oramai lo spostamento non è legato soltanto a una questione economica, ma al volere una vita diversa, adatta alla propria formazione culturale e professionale», dichiara.

E' vero, non è solo il lavoro la causa dello spopolamento. Ma sicuramente è il problema principale. «Certo, qualcosina si trova. Qualche lavoretto c'è. Ma i giovani non sono motivati. Per niente. Spesso il massimo che trovano è uno stipendio di 400 euro. Si sentono sfruttati e sottopagati. L'unico barlume di speranza sembra essere sbarcare altrove. D'altronde è diventato un luogo comune, soprattutto di questi tempi. Tutti ritengono che gli altri Paesi siano più stabili dell'Italia. O almeno, la maggior parte».

Un luogo comune che riguarda in gran parte anche i ragazzi del settentrione. Strano ma vero.

«Ai primi posti troviamo le regioni del nord - ci racconta il nostro Ricciardi -. E' un paradosso considerando che gira voce sul benessere del nord rispetto al sud. In particolare, il picco dell'emigrazione si registra in Lombardia. Anche se la stessa Avellino e provincia non sono da meno. O meglio, l'Irpinia si trova divisa a metà. Difatti, la Bassa Irpinia, dopo il terremoto, ha avuto un notevole incremento di abitanti. Non si può dire lo stesso dell'Alta Irpinia dove tra vent'anni molti paeselli scompariranno. La desertificazione che avanza. Che tristezza. L'Irpinia non sarà più Irpinia».

Però c'è da dire che le catastrofi naturali influenzano. E parecchio. «Non a caso la rarefazione è aumentata anche in Abruzzo. E nelle zone colpite dal terremoto è lo stesso. Amatrice e l'Aquila ne sono un esempio».

E le mete più ambite? Le solite. «Certo, c'è una predisposizione per l'Europa. E' più accessibile, ovviamente - continua -. Germania e Svizzera sono le mete classiche, quelle che non tramontano mai. Quelle che stanno accogliendo più italiani. Una volta a far loro concorrenza c'era anche la Gran Bretagna, ma dopo la Brexit è cambiato un po' tutto», afferma.

Arriviamo a noi: i giovani, tasto dolente. «Ebbene sì, la stragrande maggioranza di emigranti è rappresentata dai giovani. Del resto, è più che normale. Loro sono la parte più produttiva, quella che ha bisogno di emergere. Dico che sono un tasto dolente perché stanno scomparendo. Ormai l'Italia è etichettata come il Paese più vecchio e con bassa natalità. Infatti, da Atripalda a salire ci sono paesi con sempre meno giovani. E, negli ultimi tempi, persino Napoli sta perdendo abitanti. Un vero allarme in Campania. Eh già, lo dico a malincuore».

Inoltre, le migrazioni sono caratterizzate da un paradosso. Del tutto inaspettato. «La nuova emigrazione ha creato un distacco forte tra chi parte e chi rimane. Paradossalmente è così. Oggi non c'è più la voglia, il bisogno di rimanere in contatto col Paese d'origine. E' un paradosso perché con i nuovi mezzi di comunicazione, la tecnologia sarebbe tutto più facile. Indubbiamente. E invece no, c'era più comunicazione una volta. Quando mantenere i rapporti sembrava impossibile. O quasi. Che dire, si stava meglio quando si stava peggio», conclude il professore Ricciardi.

Mariagrazia Mancuso

(Studentessa del Vivaio di Ottopagine, il corso di giornalismo multimediale organizzato nell'ambito dell'iniziativa scuola lavoro)