Hanno deciso anche già il titolo. La Valanga. Una miniserie tv in quattro puntate prodotte dalla Taodue film di Pietro Valsecchi. Produttore di film di successo (da Checco Zalone a Distretto di polizia) ha bruciato tutti. A un mese dalla tragedia che ha tenuto l'Italia col fiato sospeso ha annunciato che quella brutta storia diventerà una fiction.
Hotel Rigopiano. 29 persone morte sotto le macerie. Una vicenda drammatica e ancora calda, caldissima. Soprattutto per i familiari delle vittime e per i superstiti. Appena ricevuta la notizia è come se una slavina li avesse travolti di nuovo. Travolti da sdegno e rabbia.
La famiglia di Stefano Feniello, il giovane originario di Valva in provincia di Salerno, morto a soli 28 anni sotto quella valanga di neve, è scioccata. Attraverso il loro legale, l'avvocato Camillo Graziano, fanno sapere di non approvare il progetto e chiariscono di non essere mai stati interpellati da nessuno né di aver mai collaborato alla scrittura della sceneggiatura, al contrario di quanto è stato detto in un primo momento dalla produzione. Nessuno tra i familiari e i superstiti di quel dramma, afferma il legale, ha collaborato.
Quello che più indigna la famiglia è la tempistica. Quei morti sono stati appena sepolti, soltanto un mese fa abbiamo celebrato i funerali. Le indagini sono appena iniziate per accertare i fatti e le eventuali responsabilità. E intanto qualcuno ha già scritto un copione, si sta facendo il casting e a settembre si comincia a girare. La prima puntata? Gennaio 2018.
Il produttore si difende dicendo che la sua intenzione è di mantenere vivo il ricordo, “in un paese dalla memoria corta” e di voler contribuire all'accertamento della verità. Sulla memoria corta degli italiani si può anche essere d'accordo, ma dubitiamo che i familiari, a partire da Alessio Feniello, possano mai dimenticare il dolore e l'angoscia di quei sei giorni passati a scavare e a sperare di ritrovare vivi i loro cari sepolti nel ghiaccio.
Sulla presunzione di accertare la verità è lo stesso avvocato Graziano a rispondere: “La verità verrà fuori soltanto dalle indagini e dal processo. E non può essere altrimenti in un paese civile".
Verità e fiction sono due cose opposte per definizione. In un paese civile i processi si fanno nelle aule di tribunale e non negli studi televisivi di “mammarai”, tantomeno in quattro puntate di prima serata. Quale verità potrà mai mostrare una serie per la tv scritta e girata così in fretta?
Certo si potrà obiettare: anche sull'attentato alle Torri Gemelle dell'11 settembre sono stati realizzati film e serial. Il primo film è uscito esattamente un anno dopo, e si intitolava “11 settembre 2001”. Quel film mise insieme undici tra i registi più interessanti e politicamente impegnati del nostro tempo (Chahine, Amos Gitaï, Iñárritu, Imamura, Claude Lelouch, Ken Loach, Makhmalbaf, Mira Nair, Ouedraogo, Sean Penn, Danis Tanovic) ed era un omaggio corale alle vittime attraverso 11 piccoli episodi, ognuno col suo personale punto di vista sulla tragedia che ha cambiato la vita dell'occidente. Nessuna ambizione di cinema – verità, ma una riflessione a più voci sulla guerra di religione e il valore della vita umana. E fin dal primo istante nessuno ha percepito quella proposta artistica come uno schiaffo, nessuno ha pensato che si trattasse di un'operazione di sciacallaggio.
Qui invece siamo difronte a qualcosa che già a una prima occhiata “puzza” di opportunismo. Magari ci sbagliamo. Magari.
Nel video l'intervista all'avvocato Camillo Graziano, legale della famiglia Feniello. Questa sera nel tg delle 19,45 in onda su Ottochannel Canale 696 del digitale terrestre.
Rossella Strianese