La tragica sparatoria di Milano e la clamorosa protesta inscenata dai familiari delle vittime rimaste uccise nella strage del bus sulla Napoli – Bari, hanno qualcosa in comune: il timore di subire una palese, grave, ingiustizia. Sono storie diversissime, sia chiaro. Ma che rappresentano, ognuna a suo modo, un malessere sempre più radicato e che riguarda il rapporto tra i cittadini e la giustizia.
Un rapporto che si è lentamente deteriorato in questi venti anni, da Mani Pulite in poi. Da una parte i continui attacchi (della politica) alla magistratura ne hanno minato la credibilità. Dall'altra, non è stata mai affrontata in modo serio una vera riforma della giustizia: sono rimasti i tre gradi di giudizio, procedure farraginose e vuoti in organico. Il risultato sono i tempi lunghi e le tante prescrizioni. A questo si aggiunge qualche personalismo di troppo da parte di alcuni magistrati e il quadro è completo.
A spaventare i familiari dei “quaranta angeli” morti sul cavalcavia – ne siamo sicuri – non sono soltanto i tempi (che in una indagine così complessa, caratterizzata da perizie, non potevano certo essere brevi), ma il timore di non ottenere giustizia per i loro cari. Nè ora, né mai.
Una paura comprensibile. Sarebbe davvero terribile: una strage, nessun colpevole. Capiamo la loro rabbia. Capiamo l'angoscia dei superstiti di quel volo di morte. E proprio per questo – anche per non lacerare ulteriormente il rapporto giustizia cittadini -, ci auguriamo che gli inquirenti irpini non procedano nei confronti di quelle persone che ieri mattina hanno protestato, ipotizzando nei loro confronti i reati di occupazione di suolo pubblico e interruzione di pubblico servizio. Sarebbe una nuova terribile beffa.
Luciano Trapanese