Avellino

 

di Marco Festa

L’allenatore è come il tifoso. Non è tale solo quando c’è una partita, ma 7 giorni su 7; 365 giorni all’anno. Dopo l’esperienza dello scorso anno alla guida della formazione Primavera dell’Avellino, Antonio Iandolo non ha smesso di osservare con spirito costruttivo tutto ciò che ruota intorno al calcio giovanile a tinte biancoverdi. Per cui auspica un futuro radioso. Con delle premesse però indispensabili perché, a suo parere, si concretizzi la svolta: «Occorre un progetto di durata minima quinquennale, con investimenti importanti e partendo obbligatoriamente dall’attività di base. Servono strutture e impianti di gioco: solo Pratola Serra non basta. Ci vogliono almeno quattro impianti di gioco cosi, omologati e organizzati.» - ha esordito il tecnico nel corso di un intervista a Ottopagine.it - «C’è bisogno di un’organigramma all’altezza della situazione, e questo lo dico in chiave migliorativa. Senza nulla togliere a quanti ci sono ora. Serve gente che abbia solo esperienza di settore giovanile, che è tutt’altra cosa rispetto al calcio delle prime squadre. L’aspetto pedagogico-educativo è imprescindibile ed è indispensabile individuare la figura di un responsabile che crei un gruppo di lavoro da sguinzagliare sul territorio. Quando eravamo in Serie A, Gino Corrado responsabile del settore  giovanile, prendeva giocatori dal Lazio, dalla Puglia, dalla Sicilia, dalla Calabria, dalla Campania: Pecchia, Voria, Riccio, Parisi, Franchini, vi dicono qualcosa?»

Alle spalle un’esperienza di cui è vivido il ricordo. Condotta con grande passione tra non poche difficoltà: «Sono stato chiamato il 31 dicembre 2015 dal presidente Walter Taccone. Il 7 gennaio 2016  ho iniziato a lavorare. Il 6 maggio si è conclusa la mia parentesi alla guida della Primavera. All’alba di quella avventura, dopo otto giorni dal mio arrivo, c’era da giocare a Bari per la prima giornata di ritorno: una squadra attrezzata che annoverava tra gli altri Castrovilli, Scalera, ora nella rosa della prima squadra; Minicucci, Lopez, Yebli. In dieci giorni ho dovuto organizzare una squadra:ho trovato i resti di quella di mister Gennaro Iezzo. Si parlò della possibilità di disporre di Cardellicchio, Puca, Petricciuolo, D’Attilio. Dove erano? Io non ho trovato nessuno, solo un gruppo di ragazzini classe 1999 e qualche 1998. Abbiamo affrontato formazioni con 1997, due 1996 e fuori quota come Strootman, Santacroce. E chi più ne ha ne metta. Il 17 giugno 2016 feci delle valutazioni personali e decisi di lasciare. In realtà dovevo essere io l’allenatore della Primavera di quest’anno. Ma vedevo situazioni che non avrebbero portato da nessuna parte: senza progettualità a lungo termine è difficile lavorare. A Montoro Sud, località San Felice, ci allenavamo su un rettangolo di gioco in  terreno, per poi giocare le gare casalinghe a Sturno su un rettangolo in erba naturale che risultava irregolare. Ricordo che Simone Inzaghi, attuale allenatore della Lazio, all’epoca era il mister della Primavera, si lamentò del terreno di gioco con grande fermezza. Comunque mi corre l’obbligo ringraziare tutta la Comunità di Sturno per la calorosa e squisita ospitalità. Non sono mancati poi i problemi logistici e organizzativi, superati con l’aiuto di tutti grazie all’enorme passione che ci accompagnava verso questa casacca gloriosa.» 

Nessun dubbio su quali dei giovani attualmente a disposizione di Renato Cioffi possa compiere il grande salto e poi un consiglio allo stesso mister attualmente sullo scranno della panchina dei lupacchiotti: «Di chi sentiremo parlare? Innanzitutto di Luciano Arciello classe 1998. Già a Roma suscitò l’interesse di Luciano Spalletti, che venne a vedere Strootman. Arciello faceva reparto da solo: mise in difficoltà promesse come Marchizza, Capradossi e De Santis. Occhio però pure a Sgambati, classe 1998. Quest’ultimo si aggregò con noi solo a fine gennaio. Detto ciò, senza nulla togliere a mister Cioffi, visto e considerato che ci sono stati circa cento svincolati era il momento di ripartire. La Primavera doveva composta e migliorata con atleti del 1999 e 2000: così si sarebbero, in qualche modo, guadagnati anni di anticipo. Tanto si perde lo stesso. Una quindicina di ragazzi che componevano le vecchie rose potevano essere confermati. A cosa serve pensare a provare fare i punti? Per dimostrare che cosa? L’unica cosa che conta è l’U.S. Avellino 1912. La maglia. Il resto chiacchiere che se le porta via il vento.»

Infine, un retroscena svelato: «L’Irpinia ha dei professionisti. Responsabile e allenatore è un ruolo che ho rifiutato: si rischia di non fare bene né l’uno né l’altro. Ad esempio se De Rossi prendesse il posto di Spalletti o viceversa, fidatevi non farebbero bene. Ho alle spalle circa ventisei anni di settore giovanile e posso parlare: se qualcuno ha voglia di ascoltare. Dobbiamo puntare sui nostri “prodotti”. Altrimenti non possiamo competere e né durare. Non basta riempire il Partenio per coprire i costi di gestione. Taccone e Gubitosa hanno grande entusiasmo, ma devono puntare sulle competenze.»