Benevento

di Enzo Spiezia

“E’ vero, negli anni ’70 e ’80 ho fatto parte di un contesto malavitoso, ma all’epoca mi ritenevo un raddrizzatore di ingiustizie sociali”. Si è definito così Domenico Pagnozzi, 55 anni, di San Martino Valle Caudina, nelle dichiarazioni spontanee che ieri mattina, collegato in videoconferenza dal carcere in cui è detenuto, hanno aperto l’udienza del processo in corso dinanzi al Tribunale di Benevento per diciotto delle quarantaquattro persone coinvolte nell’inchiesta, diretta dalla Dda e condotta nel giugno del 2012 dalla Squadra mobile e dai carabinieri della Compagnia di Montesarchio, sul clan Pagnozzi e le sue ramificazioni nel Sannio. “Per ciò che ho combinato in quegli anni – ha continuato, leggendo una nota scritta – ho pagato duramente con 26 anni di carcere, e con me hanno pagato i miei familiari, che non erano a conoscenza della mia seconda vita”. L’imputato, che può dire ciò che vuole a suo discarico, ha ricordato gli arresti, la scarcerazione, l’assoluzione ed il risarcimento per ingiusta detenzione della moglie, della sorella, della madre, di una zia, del fratello e anche di un uomo con lo stesso cognome, con il quale non esisteva alcuna parentela. Ed ha aggiunto: “Ho subito tre condanne ma anche cinque assoluzioni ed una serie di archiviazioni. Nei primi anni ’90, quando capii che la mia vita non sarebbe stata più quella precedente, non mi sono pentito. Volevo soltanto scontare le mie pene e tornare ad una esistenza normale. Ecco perchè dal 2004 io e la mia famiglia ci siamo trasferiti a Roma, ma la Dda continua a tirarmi dentro un contesto che non mi appartiene più, per tenere in piedi l’accusa di associazione camorristica”. L’udienza è proseguita con l’escussione di alcuni testi indicati dalla difesa: tra loro il sindaco di Sant’Agata dei Goti, Carmine Valentino, citato dall’avvocato Alessandro Della Ratta, che assiste il santagatese Benito Caputo, anch’egli a giudizio. Il primo cittadino ha spiegato di conoscerlo. “E’ normale in una piccola realtà come la nostra, dove ci si conosce tutti”. E quando gli è stato chiesto se sapesse che lavoro svolgeva, ha affermato che “da qualche anno, per quanto mi risulta, convive con una donna che ha un’attività di vendita di latticini”. Valentino ha escluso in maniera categorica di aver ricevuto richieste da parte di Caputo relativamente ad appalti e forniture di servizi per l’ospedale di Sant’Agata dei Goti, e di aver mai incontrato qualcuno che gli fosse stato presentato dallo stesso (“No, nel modo più assoluto”). Ha invece replicato di non sapere “cosa facesse Caputo nel 2009” ad una domanda del pm Anna Maria Lucchetta. Risale infatti al luglio di quell’anno uno dei colloqui tra Pagnozzi e Caputo intercettati dagli investigatori della prima sezione della Mobile attraverso una ‘cimice’ piazzata nella ‘masseria di zì Tore’, ai piedi del Mafariello. Una conversazione alla quale Domenico Pagnozzi aveva fornito la sua interpretazione nel precedente appuntamento in aula. “In quel periodo – aveva detto – si stava costruendo l’ospedale di Sant’Agata dei Goti, gli chiesi se conoscesse il responsabile, il gestore della struttura, il presidente dell’Asl. Insomma, qualcuno cui proporre contratti per la fornitura di energia elettrica e metano. Era il nostro lavoro, eravamo impegnati nel settore dell’intermediazione di servizi. E’ chiaro che c’era interesse anche per quelli di pulizia, per il bar, la mensa…” Precisando, infine, di “non aver mai ottenuto contratti di fornitura con l’ospedale santagatese, nè di aver mai incontrato qualcuno”. Il processo riprenderà l’8 gennaio: spazio alle ultime deposizioni, poi la requisitoria del Pm e i primi interventi dei difensori.