di Andrea Fantucchio
(Clicca sulla foto di copertina e guarda il video-reportage di Ottopagine) «Ho quasi settant'anni, ma giornate come quella di oggi mi fanno tornare ragazzo». Duilio Preziosi è il Virgilio migliore che ci potesse capitare. Competente, umile, simpatico, ci guida con la sua piroccola lungo l'antico sentiero dell'acqua. Per riscoprire i mulini dimenticati di Avellino.
Il nostro viaggio parte da Torrette di Mercogliano. Poco distante dalla villa comunale. Percorriamo una discesa. E sembra già di essere lontani anni luce dal centro caotico. Fatto di macchine che sfrecciano a tutta velocità e voci concitate.
Di fronte a noi un'oasi di verde. Le tracce dell'uomo sono minime. Se non fosse per le tubature della fogna. Le ignoriamo. Procediamo seguendo Duilio fino all' “Occhio di Mare”.
Ci spiega: «Si tratta di una sorgente artificiale. Fu realizzata dai principi Caracciolo per portare l'acqua agli antichi mulini. Un tempo tutto funzionava ad acqua. Alimentava anche le fornaci delle vecchie fonderie. Dove ora c'è la Ferriera e sorgeva un mulino».
Oggi una parte del vecchio canale è sparita. L'acqua fuoriesce solo in alcuni punti. Riparte il nostro viaggio in auto. Siamo diretti al primo mulino: quello dell'Infornata. Della struttura originaria non resta quasi nulla. Eccetto le mura.
«Si sono portati via – racconta Duilio – anche le pietre caratteristiche. Pensa che qui oltre trent'anni fa, scavando, trovarono un'enorme bolla d'acqua. Un contadino mi raccontò che erano sbigottiti».
Più visibile è la storia del Mulino della Macchia. Ci si può arrivare superando il discesone alle spalle della chiesa di San Ciro. E' visibile un antico muro. E all'interno della vecchia struttura ci sono delle macine.
Spiega Duilio: «Alcuni mulini hanno funzionato fino a metà degli anni '50. Con gli ultimi proprietari che continuavano a portare avanti l'attività. Oggi sarebbe bello recuperare un percorso storico».
Già. Un tracciato che inglobi anche gli altri edifici caratteristici di Avellino. Che si trovano lungo il cammino. Pensiamo all'antico quartiere Sant'Antonio poco distante dal Mercatone. Qui c'è anche l'antica fontana del Grimoaldo. Un eterno cantiere. E c'era un altro mulino: chiamato appunto di Sant'Antonio.
Così come altre macine si trovavano poco distante dalla Palata. La “spiaggia” degli avellinesi. Chiamata così perché i contadini avevano messo dei pali nell'acqua. Qui si veniva a fare il bagno.
«E' dove sono cresciuto io – racconta Duilio – era un'oasi di verde stupenda. Lì (indica un casolare in disuso) c'era l'antica vetreria. Dava lavoro a moltissime persone. Così come la cartiera. Oggi non rimane nulla. Purtroppo».
Questo è vero solo in parte. Fino a quando ci saranno persone competenti come Duilio, desiderose di non far perdere le radici cittadine, la storia di Avellino è al sicuro.