di Luciano Trapanese
E' stato uno dei protagonisti della Mani Pulite in Irpinia. Amato Barile, 67 anni, di Monteforte Irpino, si è spento oggi. Il suo nome resta legato a quegli anni, inizi del '90, quando il potere politico avellinese (e non solo) barcollò a lungo sotto le inchieste della magistratura.
Il pool di piazza d'Armi che ha portato avanti decine di inchieste sugli intrecci tra affari e politica, era composto proprio da Amato Barile e dal procuratore Alfonso Monetti (scomparso l'anno scorso). Insieme a loro i due giudici per le indagini preliminari, Modestino Roca e Mario Pezza, il responsabile della sezione di piggi della finanza, e il compianto capitano Mario Costantino Melillo. Insieme portarono a termine indagini sull'Alto Calore, sull'Istituto autonomo case popolari, su una serie di appalti pubblici. In manette tanti eccellenti. Quasi tutti rei confessi (una delle grandi differenze rispetto ad analoghe indagini dell'epoca).
Quell'esperienza diede grande notorietà ai magistrati del tribunale avellinese. In particolare ad Amato Barile e Modestino Roca. In un sondaggio dell'epoca, i due togati vennero considerati dagli avellinesi come i migliori candidati alla carica di primo cittadino. E qualche anno dopo – era il 2004 -, Barile partecipò alla competizione elettorale, sconfitto alle urne da Giuseppe Galasso.
Amato Barile (che è stato tra l'altro procuratore ad Ariano Irpino, dove con il sostituto Daniela Tognon - venuta a mancare qualche anno fa - ha condotto l'inchiesta sulla discarica di Difesa Grande), ha vissuto anche la stagione difficile del procuratore Antonio Gagliardi, quando lo scontro tra magistrati e tra alcuni inquirenti e avvocati, ha creato nel tribunale fratture che si sono ricomposte solo dopo molto tempo.
Per anni insieme a Moretti – che ha avuto il grande merito di “pacificare” l'ambiente giudiziario avellinese - e al sostituto Antonio Guerriero, ha costituito l'asse portante dell'ufficio inquirente del capoluogo. Anni caratterizzati anche da un significativo rapporto con la città. Mai come in quel periodo – sarà stata l'epoca o la capacità di comunicare -, Avellino si è sentita così tutelata dalla magistratura. Merito – è giusto dirlo – anche di investigatori come il capitano Melillo e l'ispettore della sezione di piggi della polizia, Carmine D'Anna (anche lui non c'è più). Senza dimenticare il ruolo importante svolto dai colleghi dell'ufficio di piggi dei carabinieri.
Amato Barile è stato spesso in predicato di tornare ad Avellino, come procuratore. Una possibilità che non si è mai realizzata.
In Irpinia Barile ha portato a termine anche numerose indagini contro i clan della camorra (all'epoca non c'era ancora la comptenza della dda), che soprattutto dopo il terremoto hanno allungato le mani sulla provincia e sui ricchi appalti per la ricostruzione.
Ricordiamo ancora quella finestra accesa, nel suo ufficio del tribunale. Era il periodo di Mani pulite. E per noi cronisti significava che qualche interrogatorio era ancora in corso. Si andava avanti fino a tardi. A volte quasi a notte fonda. E la città aspettava: per la prima volta gli intoccabili potevano essere colpiti. Sembrava l'inizio di una nuova storia. Non è andata così. Ma non dipende da quei magistrati.
Amato Barile ha lasciato un segno nel mondo della giustizia avellinese. Il suo nome non può che restare legato anche a quegli avvenimenti e a quel periodo.
Lo ricorderemo com'era in quei giorni. Quando con un sorriso cercava di nascondere la tensione e la stanchezza.