Vagare nel deserto alla ricerca di un sorso d'acqua. Il paragone sarà pure eccessivo, ma quando un attaccante resta a secco di gol è come se gli mancasse un bene di prima necessità. Si vive e si muore (sportivamente parlando, s'intende) per il suono del pallone che gonfia la rete. Nonostante Alessandro Marotta sia una delle punte meno egoiste in circolazione, è inevitabile che l'astinenza in queste settimane sia stata palpabile. Non invidia nei confronti dei compagni ma insofferenza verso la sfortuna. Avrebbe voluto e potuto interrompere prima un digiuno che durava dal 17 gennaio, quando un suo destro da fuori decise la sfida di Catanzaro. Non ce l'aveva fatta per questione di dettagli, forse miseri ma decisivi. Il contropiede nel primo tempo contro l'Aversa, ad esempio, è un chiaro esempio di come una mancanza possa far sembrare più stretta la porta anche agli occhi di un bomber di razza. A Lamezia, poi, è stata la cattiva sorte a negare al Diablo ciò che avrebbe ampiamente meritato così come a Caserta, quando non si concretizzò il tap-in dopo il palo colpito da Campagnacci nella ripresa. In molti lo hanno pensato: nella prima parte di stagione a Marotta questi episodi sarebbero girati senz'altro per il verso giusto. El Diablo del girone di andata, in effetti, è stato devastante. E proprio un girone fa, contro il Matera, l'attaccante partenopeo firmò una doppietta con tanto di gol del 3-3 al novantesimo. Senza dimenticare i sigilli al Cosenza e al Barletta, perle incastonate in una stagione che deve diventare indimenticabile. Nove gol, la doppia cifra a un passo e la voglia di crederci fino in fondo. E' uno dei leader dello spogliatoio, di quelli che non si arrendono mai. Alessandro Marotta si è ripreso il gol, ora cerca conferme. Magari con una sassata nella città dei sassi.
Francesco Carluccio