Benevento

La musica come antidoto. La bellezza del canto e il suono del violino e del pianoforte invadono l'auditorium di Sant'Agostino. I bravissimi allievi del Conservatorio rendono l'atmosfera speciale. Alle loro spalle c'è un pannello sul quale scorrono, senza sosta, le foto di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Peppino Impastato, Claudio Fava e Giancarlo Siani. Vite tragicamente spezzate dalla mafia e dalla camorra.

La musica come riscatto. Come risposta all'orrore. Quanto ce n'è in quelle pagine (“Il giardino della memoria”) che Martino Lo Cascio ha scritto, e ora declama, su Giuseppe Di Matteo, rapito nel novembre '93, strangolato e sciolto nell'acido. Aveva 15 anni, l'avevano ammazzato dopo averlo sequestrato per 779 giorni. Per indurre il papà, Santino, a ritrattare le sue rivelazioni. Un mafioso diventato collaboratore di giustizia.

Sono trascorsi 25 anni da quel 1992 che tra il 23 maggio ed il 19 luglio, con le stragi di Capaci e via D'Amelio, aveva strappato ai loro affetti Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli agenti delle scorte: Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

I loro nomi vengono snocciolati lentamente, è a loro che è dedicata questa giornata. Due stragi che hanno bisogno – spiega il procuratore capo di Benevento, Aldo Policastro -, “oltre che di una ricostruzione processuale, di una verità storica”. Policastro insiste sul valore della memoria, che “deve però essere dinamica, facendosi azione, responsabilità e discontinuità politica, sociale, culturale e operativa. C'è stata discontinuità in tutto questo tempo? Sì, tra luci e ombre”.

Non c'è Franco Roberti, procuratore nazionale antimafia, impegnato a Roma nel plenum straordinario del Csm riservato alla desecretazione e alla pubblicazione degli atti su Falcone. Francesca Ghidini del Tg3 ne legge una lettera. Ci sono i riferimenti agli attacchi della corrente di sinistra della magistratura a Falcone, “i cui nemici non erano soltanto i mafiosi, i politici ed i pezzi di Stato collusi con loro, ma anche i pregiudizi”.

Il presidente reggente del Tribunale Marilisa Rinaldi cita Gramsci ed il suo invito alla “partigianeria”, esorta ad abbandonare “la zona grigia dell'indifferenza, diventando cittadini per la legalità”, e sottolinea la necessità “di investimenti per il lavoro e per favorire l'integrazione”. Il prefetto ed il rettore dell'Unisannio, Paola Galeone e Filippo de Rossi, la seguono nei saluti al pari di Giuseppe Ilario, direttore del 'Nicola Sala', mentre il giudice Simonetta Rotili, presidente della sezione di Benevento dell'Anm, definisce un “obbligo non dimenticare chi si è sacrificato per difendere le istituzioni democratiche”. Perchè – aggiunge - “senza di loro la storia degli ultimi trent'anni sarebbe stata completamente diversa”.

Il pensiero corre ai familiari delle vittime. Il commissario per il coordinamento delle iniziative di solidarietà nei loro confronti, Vincenzo Panico, evidenzia che “nel 2016 sono pervenute 950 istanze di risarcimento (360 di associazioni che si sono costituite parti civili)”, Michele Martino, referente di Libera, ricorda Aldo Iermano – in sala c'è il figlio Antonio – ucciso dalla Brigate rosse a Napoli nel 1982 con l'assessore regionale Raffaele Delcogliano.

Anche il procuratore aggiunto Giovanni Conzo affonda le mani nel bagaglio professionale di un passato doloroso legato alla sua esperienza di pm a Santa Maria Capua Vetere. Ripercorre alcune vicende terribili, rimarca il peso fondamentale del “coraggio della denuncia” e richiama una frase di Piercamillo Davigo: “Le tenebre non prevarranno”.

In prefettura è stata inaugurata poco prima la mostra “Luci dal buio mafia e antimafia: immagini per un inventario a cura del generale dei carabinieri Fausto Milillo, presidente della Fondazione italiana per la legalità e lo sviluppo. Immagini impossibili da archiviare, come quelle di chi non c'è più. Restano le loro parole, la loro testimonianza. Che impegnano tutti, ogni giorno, ad impedire che il loro sacrificio sia stato inutile.

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