Benevento

 

Di Andrea Fantucchio

"L'aspetto più critico riguarda il primo momento dell'accoglienza. Le donne che arrivano da noi, spesso, non riescono a parlare. Ho ancora vivo il ricordo di una donna somala che, fra le lacrime, mi ha raccontato il dramma della perdita del suo bambino. Ucciso da un granata. Mentre lo teneva stretto al seno". Racconta Maria Elena Morelli, psicoterapetuta e responsabile Sprar Caritas. Oggi al festival dell'integrazione, #PortidiTerra.

Una storia seguita da un altro racconto di una giovane africana coinvolta nel progetto d'integrazione.

"Mio fratello viaggiava in un barcone. E' partito dalla Libia ed è venuto in Italia. Ha visto tanti amici morire. Io sono stata più fortunata. Quando sono arrivata in Italia, fra le braccia di mia madre e mio padre, ero felice. Ho solo pensato: sono felice, questa è vita".

Quella che poteva essere l'ennesima vittima delle guerre è diventata un angelo per tante altre donne che vivono la sua stessa condizione. Il suo è racconto di riscatto. Venuta dall'Africa dilaniata dalle bombe è oggi traduttrice per le connazionali che arrivano dal continente nero. E che rivivono il suo calvario. Spesso racconti terribili fatte di privazione e violenze. Gli stupri sono all'ordine del giorno. Ma il vero nemico è il silenzio, sabbie mobili che spesso finiscono per risucchiare lo spirito delle vittime che attraversano il mare in cerca di un futuro diverso.

Storie di vita che si sedimentano nello spirito degli operatori.

Conferma la Morelli: "Sono racconti di coraggio, di chi ha deciso di sopravvivere nonostante il dramma dell'esistenza. Noi non possiamo tirarci indietro. Il 60 per cento dei bambini che abbiamo soccorso viene dal Mali, Gambia. Gli altri dal Medio Oriente. Noi restiamo in contatto con questi ragazzi anche dopo la fine del progetto. Ci sono tante storie che restano del cuore. Ricordo ancora di un giovane che ha affrontato mille difficoltà e poi è riuscito a realizzare il suo sogno: diventare pizzaiolo".