In principio c’erano loro. Presidenti sanguigni, ruspanti, legati alla loro squadra, messa lì, sempre al primo posto della piramide degli affetti. Prima lei, poi tutto il resto. Lei, l’affetto più caro. Da coccolare, proteggere. Era un calcio d’altri tempi. Si giocava solo di domenica, e per gli italiani la “partita di pallone” era un appuntamento fisso, irrinunciabile. Subito dopo il ragù. Erano gli anni delle piccole realtà del calcio italiano. Erano gli anni dell’Avellino, dell’Ascoli, del Pisa, del Catania in Serie A. E dei loro presidenti che seppero entrare, con merito, nei cuori degli italiani, anche grazie a qualche strafalcione di troppo. Presidenti dei quali sentiamo la mancanza.
Erano gli anni di Sibilia e Massimino e dei loro siparietti alla Totò e Peppino in fase di calciomercato. Scene da “stasera le comiche” messe in piedi al momento di stipulare contratti o patti di non belligeranza, spesso sanciti con battute e strette di mano. Erano gli anni degli sgargianti calzini rosso fuoco di Costantino Rozzi, numero uno dell’Ascoli, scaramantico fino al midollo, nemico giurato delle televisioni. Erano gli anni dei pacchi di sale lanciati in quantità industriale sul rettangolo di gioco da Romeo Anconetani, nel tentativo di scongiurare sconfitte e retrocessioni del suo Pisa che però, puntualmente, ogni anno salutava la Serie A per poi ritornarci la stagione dopo.
Gli aneddoti e le “papere” di quei presidenti hanno divertito, nel tempo, milioni di italiani e arricchito qualche scrittore ed editore. Dall’”Io può” pronunciato da Massimino, al “Fummo andati a Inter” sventolato con orgoglio da Sibilia, passando per le “minacce” di Rozzi all’indirizzo del suo allenatore dell’epoca, Carletto Mazzone e la volontà di sequestrarlo in caso di separazione a fine stagione. Poi, anno dopo anno, si è arrivati ai vari Lugaresi, Bellomo, Cecchi Gori e la sua Fiorentina, Matarrese e Gaucci che quasi vennero alle mani al termine di un Perugia-Bari. Di Corrado Ferlaino, presidente del Napoli di Maradona e di Franco Sensi, protagonista dell’ultimo scudetto della Roma. In tanti hanno ripercorso le strade tracciate dai loro predecessori, a suon di ilarità e battute disarmanti, catalogate e mandate in onda con destrezza dalla Gialappa’s Band, che su quei filmati ha costruito la sua fortuna.
Come non ricordare il concetto di “braccio in piedi” espresso dal presidente del Monopoli, Bellomo o le lacune in geografia del patron del Cesena, Lugaresi. Quando gli dissero che la sua squadra sarebbe andata a giocare in Provenza, lui rispose candidamente: “In Provenza di cosa?”. A metà degli anni novanta, nelle categorie inferiori si faceva largo Giuseppe Di Stefano, presidente del Campobasso. Voleva portare i molisani a competere, in tempi brevi, in Serie A. Il suo "Abbonatovi" rivolto ai tifosi rossoblu cadde nel vuoto. Ci credeva tanto. Pure troppo. Inutile dire come è andata a finire.
Era già un’epoca diversa quella. Ai presidenti “palazzinari” erano subentrati imprenditori e businessmen alla Berlusconi. Le scarpe sporche di polvere e calce provenienti dalle fugaci visite ai cantieri, avevano lasciato il posto agli abiti firmati dalle migliori sartorie. Iniziavano a farsi largo le tv a pagamento che imponevano date e orari in cui scendere in campo. Le magliette dall’uno all’undici lasciarono spazio ad uno sbizzarrirsi di numeri, con il terzino destro che non per forza di cose doveva indossare il numero due e con gli attaccanti che al classico numero nove, preferivano l’1 più 8 (vedi Zamorano).
Ed eccoci ai giorni nostri. Tra un Lotito e uno Zamparini, si è fatto largo Massimo Ferrero. Il presidente della Sampdoria è entrato a sorpresa nel mondo del calcio, travolgendolo immediatamente con la sua simpatia e le battute ai limiti del surreale. In Serie B, da qualche settimana, sta cercando di imitarlo, con alterni successi, Pierpaolo Cassarà, presidente del Varese che, sabato pomeriggio farà gli onori di casa all’Avellino.
Ci ha messo poco per farsi riconoscere, Cassarà diventando subito un nuovo fenomeno mediatico. Alla sua prima intervista da presidente del club lombardo ha lasciato basiti i giornalisti presenti in sala stampa. Il primo messaggio ai suoi tifosi è stato chiaro. O almeno per lui. “Vogliamo cori ultrasonori, vogliamo cori al genoma esplosivo, vogliamo Curve, non sto a dire quali, con gli shot, con gli scoppi e con le bordate”. Chiaro no? Peccato che Cassarà non sappia ancora i nomi dei suoi calciatori. Con goffaggine storpia il nome dell’elemento più rappresentativo del Varese, Neto Pereira, facendolo diventare “Nirton”. Poi ha illustrato a tutti il suo sogno: quello di portare Maradona e Platini a Varese.
L’ultima uscita lo ha spedito di diritto nella Hall of Fame dei presidenti mediatici. “Risolleverò le sorti del Varese come Papa Bergoglio ha fatto col Vaticano”, dichiara fiducioso tra il sacro e il profano. Mica poco. Anche se i tifosi biancorossi, al momento, si accontenterebbero solo di non fallire.
Carmine Roca