di Simonetta Ieppariello
Un altro caso di tubercolosi in Irpinia. Stavolta si tratta di un dipendente sessantenne dell'Alto Calore di Avellino. Scatta la profilassi dell'Asl ma solo per chi è entrato in diretto contatto con l'uomo, che non si recava in ufficio da almeno due mesi avendo avviato le pratiche per la pensione.
Terzo caso in un mese tra i cittadini italiani. Un altro profugo resta ricoverato affetto da tubercolosi ossea. Altri quattro i casi tra stranieri. Sono attualmente otto le persone ricoverate al reparto diretto da Nicola Acone. Il ragazzino studente della Leonardo Da Vinci migliora ma comunque resta in reparto da oltre un mese, anche se non è più in isolamento.
«I numeri crescono ma non devono crearsi allarmi - spiega il dottore Acone -. Siamo nella norma, certo si attesta una incidenza nelle ultime settimane, ma nulla di allarmante».
Il dipendente dell'Alto Calore rientra tra i casi degli italiani con i due ragazzini di San Potito e Salza che risultano infetti da qualche settimana. Intanto i centralini del servizio fornito dall'Asl sono stati presi d'assalto da chi vuole informazioni, effettuare il test o capire se sia o meno entrato in contatto con il 60enne. Lo stesso primario Acone spiega che non si tratta di un caso contagioso, bacillifero usando il gergo medico, un particolare non da poco.
Lo stesso Acone spiega come dal caso fonte si siano verificati gli altri due contagi. La loro vicenda è legata alla malattia di un 40enne romeno che è ritenuto appunto la fonte del contagio. Anche l'uomo, residente a Sorbo Serpico, frequentava lo stesso bus che raggiungeva ogni mattina il capoluogo. I due ragazzini erano tra i pendolari. Proprio per il romeno che si era allontanato dal Moscati è stato necessario un Tso per imporne ogni cura del caso.
Gli altri cinque ricoverati sono stranieri. La vicenda della Tbc prende le mosse proprio da San Potito dove da circa un mese è scoppiata una vera psicosi dopo il caso del dodicenne studente della «Da Vinci» di Avellino.
«Si tratta di una malattia diffusa anche nel nostro Paese, anche se in misura minima e controllata. Non c'è da meravigliarsi. Serve una corretta profilassi, informazione. Capire come si trasmette senza abbandonarsi ad inutili allarmismi», spiega l'infettivologo. Insomma, cure e prevenzioni ma no alla psicosi secondo l'esperto che ricorda che lo scorso anno i casi furono 35. «Siamo nella media - precisa Acone -. I pazienti sono tutti monitorati e ricoverati in reparto. Bisogna capire che non si tratta di contagi così facili e diffusi. Anzi. Siamo esattamente nella norma e non esiste alcun caso geolocalizzato per paesi, zone. Certo, chi entra in contatto deve affrontare il test per capire se ha contratto o meno la malattia».