di Luciano Trapanese

Dimenticate i camorristi in stile Gomorra. E gli ancora più paleolitici “guappi”. La nuova camorra ha un'altra faccia, da non confondere con le gang che insanguinano Napoli, quella è un'altra storia. La camorra vincente, che fa affari, ricicla soldi, e crea un potere vero, stratificato, non ha bisogno di uccidere. Niente morti. Scarso allarme sociale. Meno indagini. Maggiore consenso popolare.

E' la camorra 2.0. Se n'è parlato tanto. Ma da ieri – con la relazione dell'Antimafia sul 2016 – è stata sancita la sua ufficiale esistenza.

E in parte anche – bisogna ammetterlo – la sconfitta delle politiche e della lotta al crimine organizzato.

C'è un punto della relazione particolarmente interessante:«Il fatto che in provincia di Caserta il numero di omicidi commessi al fine di agevolare organizzazioni mafiose, sia pari a quello che si registra, ad esempio, in provincia di Cuneo o Bolzano, cioè zero, non significa affatto che sia riscontrabile un livello e una presenza della criminalità di tipo mafioso comparabile a quella riscontrabile nelle due province citate a titolo di mero esempio».

La camorra c'è. E' più forte di prima. Nonostante le retate e gli arresti.

E' la camorra dei colletti bianchi, delle infiltrazioni sempre più spinte nelle amministrazioni locali, nella politica. In Parlamento.

E' la camorra vestita da impresa. Che è capace di attrarre fondi pubblici, far redigere bandi su misura, annientare la concorrenza con la forza di un potere economico senza uguali e una liquidità sconosciuta – soprattutto di questi tempi – a tanti gruppi imprenditoriali.

E' una camorra che investe. Lavori pubblici – come detto -, con la capacità addirittura di attrarre flussi finanziari statali ed europei. Ma anche centri commerciali. Strutture alberghiere. Catene di ristoranti.

E' una camorra dalla faccia pulita. Apparentemente crea opportunità di lavoro. Mentre invece massacra alla radici il tessuto economico sano. O quel che resta.

In Campania, certo. Ma non solo. Qualche anno fa la Lega si indignava – anche con querele – contro Saviano che aveva osato ricordare come le mafie (e in particolare la 'ndrangheta), avessero colonizzato il nord. Ora è un dato di fatto. Accertato. Chiaro. Inequivocabile.

Il crimine organizzato non è più uno degli aspetti della “questione meridionale”.

La crisi ha facilitato la trasformazione. I camorristi (e con loro le 'ndrine, le cosche e la rinata Sacra Corona Unita), sono entrati prepotentemente nel business “pulito”. Aiutati dallo sfaldamento dei partiti, da politici slegati da qualsiasi senso di appartenenza e interessati solo ai soldi e alle rielezioni sicure.

Sono nati comitati d'affari (quelli già c'erano: ma ora sono aperti in modo permanente anche al crimine organizzato). Dove non c'è più gente con la coppola, ma stimati professionisti in giacca e cravatta: commercialisti, imprenditori, politici, rappresentanti istituzionali a qualsiasi livello. Poco avvezzi alle armi e alla violenza tradizionale. Ma capaci di far girare il grano, corrompere e intercettare i soldi stanziati da governo ed Europa. Non è solo una ipotesi. Un quadro suggestivo: è scritto nero su bianco in quella relazione presentata in Parlamento.

Lo stesso Parlamento che non riesce ad approvare una riforma del 416 bis (associazione a delinquere di stampo mafioso), capace di dare armi nuove ai magistrati.

Si è sempre saputo: quando la mafia tace, la mafia è forte. Ed è vero anche per la camorra: a Caserta, Salerno, Avellino, Benevento, non si spara. Non ci sono tensioni apparenti.

Ma non solo. In questo quadro, le dichiarazioni rilasciate da Rosi Bindi (presidente dell'Antimafia), qualche giorno fa a Salerno, assumono un rilievo ancora più preoccupante: attenzione, la 'ndrangheta si sta insinuando nel settore turistico cilentano. E lo fa con la forza dei soldi e della corruzione.

Una strategia che dà frutti ovunque. Meno eclatante degli omicidi e delle bombe. Meno rischiosa del traffico internazionale di sostanze stupefacenti (che pure resta un business importante: ma è solo una parte del giro d'affari complessivo). Oltretutto i reati corruttivi sono difficili da dimostrare, subiscono intralci giudiziari e hanno una prescrizione ancora troppo breve. Anche in questo caso, la riforma che riguarda proprio questo tipo di reati si discute da anni in Parlamento. Lo stesso Parlamento che non discute affatto della riforma del 416 bis.