Una grande festa, con tanto di palloncini colorati, festoni e ghirlande arcobaleno come grandi caleidoscopi proiettati sui tre maxischermo, coriandoli e fuochi d'artificio. Che Chris Martin e compagni avessero abbandonato le atmosfere intensamente esistenzialiste dei primi album ce ne eravamo accorti già da un bel po', ma quello a cui ieri sera circa 60mila persone hanno assistito in uno stadio San Siro traboccante di ottimismo e gioia di vivere è stato molto più che un concerto. I Coldplay hanno trasformato il loro show, che stasera si replicherà per la seconda delle due uniche tappe italiane del tour, in un inno alla felicità, suonato, cantato e ballato per oltre due ore di spettacolo. Alle 21.25 un breve conto alla rovescia annuncia l'arrivo della band sul mega palco che attraversa di lungo il campo del Meazza stringendo in un grande abbraccio circolare il pubblico sugli spalti.

La voce di Maria Callas scalda i cuori e poi eccoli lì i quattro musicisti d'oltremanica dal sound inconfondibile offrirsi ai loro fan in delirio. Fin dall'esordio, affidato alla danzereccia "A head full of dreams", che dà il nome all'intero tour, si capisce che lo spettacolo lascerà senza fiato, complici le migliaia di braccialetti elettronici distribuiti all'ingresso che dal polso di ognuno degli spettatori accompagnano con led colorati ogni canzone in una scenografia da brividi. L'effetto ottico, soprattutto dai posti più alti degli spalti, è quasi commovente. L'omaggio alle loro origini i Coldplay lo fanno subito: la seconda canzone in scaletta è "Yellow", tenera e malinconica allo stesso tempo. Poi comincia il partecipato viaggio negli ultimi 20 anni della storia della musica in cui la band londinese ha occupato un ruolo fondamentale.

 “So che ne avete passate di tutti i colori per essere qui - dice Chris Martin al pianoforte - dal traffico ai prezzi dei biglietti. Grazie”, sorride e poi attacca “Everglow”. Ma l'emozione, anche per lui, è evidentemente tanta e sbaglia gli accordi, si scusa e ricomincia tra gli applausi. Arrivano le ballate, da "Always in my head" a "Magic", gli smartphone sono tutti accesi ma quando arriva il turno di "Charlie Brown" il frontman chiede un piccolo sacrificio ai suoi fan: "Abbassate i telefoni, questa godiamocela "just between us"". Lo stadio gli dà ascolto e gli occhi sono tutti puntati sul palco che presto, dopo "God put a smile upon your face", si trasforma in un enorme dancefloor illuminato da luci stroboscopiche e scosso da ritmi sincopati. Il San Siro trema. Chris Martin ormai è in totale simbiosi con il suo pubblico e corre da un lato all'altro del palco, con incursioni gioiose sulla piattaforma in mezzo alla gente, con una bandiera dell'Italia infilata nella tasca posteriore dei jeans, a mò di fusciacca. Arriva "Clocks" e la commozione è all'apice metre Martin si scatena al pianoforte urlando insieme ad altre 60mila voci "You are...home where I wanted to go"; poi "Hymn for the Weekend", "Fix You" e "Viva la Vida".

La fine del concerto è vicina, c'è una prima pausa dopo la quale la band, acclamata per il bis, rispunta a sorpresa in un piccolo, quasi intimo palco posizionato tra la folla, dove i quattro suonano e cantano guardandosi negli occhi, come facevano nelle sale prova delle periferie di Londra più di venti anni fa, prima di diventare una delle band più amate di tutti i tempi. Parte "In my place", seguita da un omaggio agli Oasis con "Don't look back in anger", poi la crepuscolare "Don't panic". Arriva il gran finale: "Something just like this" (registrata con gli Chainsmokers) conduce romanticamente all'arrivederci che arriva, dopo "A sky full of strars", con "Up&Up". Ancora fuochi d'artificio per salutare il pubblico di Milano che si stringe intorno ai loro beniamini e li ringrazia, mentre loro si inchinano sudati e felici, per aver trasformato una serata di inizio luglio in pura magia.  

fi. lo