Per la prima volta nella sua storia, la Salernitana è partita per il ritiro senza il portiere titolare e addirittura senza il numero dodici. Per affrontare questa problematica, la redazione di Granatissimi.Ottopagine ha contattato l’ex portiere Daniele Balli che, senza peli sulla lingua e grande intelligenza, ha lanciato messaggi inequivocabili:
Quanto è rischioso partire per un ritiro senza portieri?
“A Coverciano dicono che il portiere è il primo attaccante, il leader della squadra. Se non parti da lì già parti male. Ho fatto il corso UEFA B, il mio sogno è fare il preparatore dei portieri in A e B per mettere a disposizione di tutti la mia esperienza: ci hanno insegnato che nel calcio moderno si deve iniziare da un numero uno affidabile: Balli, ai suoi tempi, era l’ultima ruota del carro, oggi non può essere più così. Nonostante i tempi siano cambiati, ci sono alcune società che ancora non hanno capito come muoversi e questa cosa mi amareggia molto. Esistono ancora troppi scienziati, questa cosa non va per niente bene”.
Che tipo di portiere deve scegliere la società granata?
“Per Salerno tornerei a giocare io, a 50 anni: se volete vengo, mi clono e mi metto a disposizione incarnando le caratteristiche del portiere moderno. Partire per il ritiro con i ragazzini del settore giovanile non accade tutti i giorni. Un allenatore di serie A ha detto che ci sono dei mercanteggiamenti e ha ragione, purtroppo vengono fuori questi minestroni che non possono certo aiutare una società a crescere. Alla Salernitana serve un portiere moderno, che si prenda delle responsabilità e che sappia giocare anche con i piedi abbinando la bravura tra i pali all’esperienza: in una piazza del genere può andar bene anche un dodicesimo che viene dal proprio settore giovanile, un po’ come accade ad Empoli. Evidentemente da voi hanno idee e strategie diverse”.
Cosa ne pensi della vicenda Pelagotti?
“Ho sentito sette volte Pelagotti, sono stato a casa sua due ore a chiacchierare e abbiamo parlato a lungo di Salerno proprio mentre stava per firmare. Ora non ho più il coraggio di chiamarlo, visto che conosco il suo carattere: si sarebbe buttato nel fuoco per la Salernitana, gli brillavano gli occhi quando gli parlavo della curva Sud e di quella maglia. Ribadisco: c’è un mercanteggiamento che non tiene conto neanche della componente umana di un ragazzo che sa lavorare e che non vedeva l’ora di mettersi a disposizione. Forse qualcuno preferisce chi vive la professione per guadagnare e non chi si comporta in modo onesto e rispettoso. So che ci sta male, aveva firmato il contratto ed era pronto: non si fa così”.
Sembra che sia stato Bollini a dire di no…
“La società deve fare chiarezza e deve dire chi è deputato a scegliere i giocatori. Pelagotti lo conosco benissimo, se lo facevano lavorare nel modo giusto avrebbe mangiato l’erba all’Arechi perché ha una voglia matta di dimostrare il suo valore. Se si vuole Buffon è un altro discorso, ma non credo che un ragazzo del genere non potesse fare al caso della Salernitana soprattutto sul piano motivazionale. Si è innamorato di Salerno solo ascoltando i miei discorsi, figuriamoci che carica avrebbe avuto con quella curva alle spalle che ti spinge dall’inizio alla fine. Lui è un cultore del lavoro si sarebbe sentito gratificato a giocare in quella piazza, poi se qualcuno lo ha reputato scarso è un altro discorso. E’ uno schifo, però, che talvolta a Salerno si sia dato spazio a portieri che vogliono i soldi e non a persone con questi valori”.
Perché è così difficile fare il portiere a Salerno? I casi Zenga e Strakosha sono emblematici…
“Come dice Marzullo: fatevi una domanda e datevi una risposta. Arrivano portieri scarsi e giocano, poi ci sono calciatori come Strakosha e Zenga che partono male lì, ma fanno una grande carriera. Se hai alle spalle la forza del mister e di una società che vuole realmente fare le cose serie, non puoi non crescere a Salerno. Io venivo dall’Empoli, avevo tutto da perdere: la Salernitana l’anno prima stava retrocedendo e io avevo vinto il campionato, ma avevo capito che era la piazza giusta per far bene. Delio Rossi e Genovese mi facevano lavorare, i dirigenti mi facevano lavorare, il presidente ci metteva nelle condizioni per far bene: all’epoca le cose funzionavano così. Oggi i fatti dicono che tanti club piccoli, con meno seguito di Salerno, hanno una grande cultura e tirano fuori giocatori ogni anno, a Salerno non accade”.
C’è una ricetta per risolvere questi problemi gestionali?
“La regola è far crescere bene il settore giovanile, far assaporare l’Arechi già a 15-16 anni così un ragazzo cresce sognando la Salernitana e la curva Sud alle spalle”.
Infine, quali sono i tuoi programmi lavorativi?
“Non posso dirtelo, ma sto lavorando per il mio futuro. Un procuratore internazionale si è accorto delle mie idee e, in questo momento, sono al Centro Coni a Tirrenia a lavorare. In sostanza alleno portieri...”
Maurizio Grillo