di Fiorella Loffredo
Nessun effetto speciale, tolto il palco diventato simbolo di quest'attesa lunga trent'anni. Solo storia, quella del rock mondiale, di cui ieri sera io, e altre 58mila persone, allo Stadio Olimpico di Roma, ci siamo sentiti parte assistendo alla prima delle due tappe italiane del Joshua Tree 2017 tour con cui gli U2, band che non ha certo bisogno di presentazioni, hanno deciso di celebrare il loro album rivelazione, quello che trent'anni fa permise loro di conquistare l'America regalando ai quattro ragazzi irlandesi capitanati da Paul Hewson, "ribattezzatosi" poi Bono Vox, la fama mondiale.
Ieri sera, l'emozione di ritrovarsi ancora una volta in attesa dei propri beniamini era palpabile sugli spalti dell'Olimpico. E dopo l'esibizione di Noel Gallagher che ha regalato al pubblico versioni strepitose di Champagne supernova, Don't look back in anger e addirittura Wonderwall, poco dopo il tramonto lo stadio è esploso al suono delle inconfondibili note iniziali di Sunday Bloody Sunday: Bono era sul palco e io, come immagino molti altri fan di lunga data, non sono riuscita a trattenere le lacrime.
Per noi quasi 40enni e oltre "The Joshua Tree" è l'album della scoperta, dell'impegno, dell'attestazione di un mito, dell'inizio di una lunga storia d'amore con la musica, e non solo quella degli U2.
Per noi, quindi, sentire suonare dal vivo i pezzi che hanno accompagnato non solo serate ma anni interi della nostra adolescenza è stato un tuffo emotivo nel passato, quello più puro, quello più impresso nella memoria, nonostante gli anni. Bono, quasi al buio, cita il poeta Keats, sepolto a Roma, e dice che "la verità è bellezza"; parte "Bad" e sul suo finale la band omaggia David Bowie abbozzando Heroes.
Poi, ancora qualche pietra miliare dell'album di cui si celebra il trentennale ma il concerto si apre realmente quando il maxi schermo, rimasto al buio fino ad allora, si accende e diventa una parete rossa su cui svetta la sagoma l'albero del deserto californiano più fotografato al mondo, che da trent'anni per molti significa solo U2.
Il reef di Where the streets have no name, fa alzare tutti in piedi. Peccato per il suono che sugli spalti arriva ovattato e l'ancora splendida voce di Bono viene coperta da chitarre e bassi troppi alti. Ma io perdono questo piccolo inconveniente, durato purtroppo per tutto lo spettacolo, e ballo e canto a squarciagola uno degli inni di una generazione trasportata dalla nostalgia per i miei 17 anni.
Arrivano In God's Country, in assoluto la mia preferita dell'album celebrato, mai sentita dal vivo nonostante le tante volte in cui ho percorso l'Italia in lungo e im largo per "unirmi" alla mia band del cuore, poi Red mining town, One tree hill, è poi With or without you e l'intero stadio regala agli U2 la sua gratitudine con una scenografia organizzata per l'occasione dal fan club italiano. Bono parla, parla tanto tra una canzone e un'altra, non tutti capiscono quello che dice ma applaudono lo stesso perché conoscono la sua indole, conoscono il suo impegno, conoscono le sue battaglie e le sposano a prescindere.
Dopo una piccola pausa si cambia registro, la dimensione intimista, quasi privata che aveva caratterizzato la prima parte lascia spazio, dopo una commovente Miss Sarajevo diventata Miss Siria per l'occasione a una sezione degli ultimi successi della band.
Da Beautiful day a Vertigo, passando per Elevation e Ultraviolet-Light my way (in cui ringrazia tutte le donne, partendo da sua moglie e le sue figlie, per aver "illuminato" la strada di molti) per finire a One.
Il concerto sta finendo, un ultimo "Grazie Roma per la più bella delle serate" e Bono e i suoi soci si raccolgono al centro del palco per salutare il loro pubblico con la nuova "The little Things that Give You Away".
Gli applausi sembrano non finire mai, i quattro irlandesi si abbracciano e ringraziano con un inchino, le luci si accendono e negli occhi di tutti si legge la felicità, mista a commozione, di aver preso parte a qualcosa di storico. Io do un ultimo sguardo all'albero ormai spento e tra me e me dico "Ciao Paul, ciao ragazzi, grazie di tutto, ci rivediamo presto!".