di Luciano Trapanese
Ora sono tutti d'accordo: dietro gli incendi che stanno devastando la Campania (e non solo), c'è una precisa strategia criminale. Un piano costruito a tavolino, eseguito con lucida determinazione, e con un obiettivo: imporre alla nostra regione una nuova emergenza, stile quella sui rifiuti. Motivo: guadagnarci. Proprio come è accaduto in passato.
La pensa così De Luca, proprio come De Magistris e lo stesso Roberto Saviano: tre campani spesso in furibondo contrasto tra loro. Distanti su tutto, ma uniti dalla stessa lettura sui roghi che inceneriscono la Campania.
Strano ma vero.
Hanno ragione? Possibile. Ci aspettiamo di tutto dal crimine organizzato. Ha infestato parte della regione di rifiuti tossici, non si farà certo problemi a incenerire centinaia di ettari di bosco.
Ma si tratta comunque di una ipotesi.
Beh, non giriamoci intorno. A De Luca questa lettura in fondo fa comodo, gli toglie qualsiasi responsabilità: cosa poteva fare contro un attacco concentrico così ben pianificato dalla camorra?
Per Saviano la pista del complotto di fuoco del crimine organizzato si innesta perfettamente nella sua visione del mondo (che non sempre è sbagliata). E può sintetizzarsi in questi tre concetti: le mafie sono potentissime, il Paese è in balìa dei criminali e di politici incapaci di fronteggiarli o peggio collusi, e il Sud è morto.
De Magistris potrebbe anche non aderire a quella “linea di pensiero”, ma poi avrebbe dovuto rinunciare alla sua colorita dialettica partenopea, e così si è gettato nella mischia con un proverbiale: «Non ci lasceremo violentare, l'incendio del Vesuvio è peggio di un omicidio».
Ora, abbiamo già parlato di eventuali responsabilità istituzionali (a partire dalla sciagurata legge Madìa che ha soppresso i forestali di fatto senza sostituirli). E non ci interessa tornare sull'argomento. Ma la pista della camorra incendiaria - che ora prende corpo - ci sembra di gran lunga più inquietante. Se fosse vera.
Così inquietante che dovrebbe essere pronunciata solo di fronte a prove concrete.
Mi spiego: dare fuoco a mezza regione per creare una emergenza (prima per gli incendi e poi per il dissesto idrogeologico), al solo scopo di speculare e intascare soldi, può essere considerato un «atto di guerra».
Del resto una delle principali ragioni dei conflitti non è la distruzione per garantirsi un posto in prima fila per la ricostruzione?
Ma davvero la camorra ha la forza e il potere di studiare una strategia così complessa e articolata?
All'inizio di questa estate incendiaria
siamo partiti – ricorderete – dall'ipotesi base: i piromani sono i pastori che vogliono nuovi pascoli per i loro animali e danno fuoco ai boschi. Subito dopo è stata la volta di altri presunti colpevoli: gli stagionali, che con gli incendi e il successivo rimboschimento si garantivano un posto di lavoro. Per arrivare poi – terza pista - alla camorra che brucia le discariche abusive. E infine, l'ipotesi di queste ore: è la criminalità organizzata che vuole creare un'emergenza come quella dei rifiuti per fare business. Un crescendo rossiniano.
Di certo c'è solo quello che comporteranno questi roghi. I danni ambientali sono stati gravissimi. Il rimboschimento sarà lento e costoso. Ma soprattutto, il già precario equilibrio idrogeologico di gran parte della regione (Vesuvio compreso), rischia di essere ulteriormente compromesso: le conseguenze potete facilmente immaginarle. Potrebbero essere peggiori degli stessi incendi.
Un conto salato per la Campania.
Ma se davvero la regione brucia sotto la regia della camorra che vuole speculare sull'emergenza, almeno non si commettano gli errori di sempre. Ci è già bastata la tragedia sociale, sanitaria e politica dei rifiuti. Una seconda puntata sarebbe troppo.