L'aveva già scritto il gip Loredana Camerlengo, l'ha ribadito il Riesame: no all'arresto delle quattro persone tirate in ballo dall'inchiesta del pm Assunta Tillo e della Squadra mobile sulla Camera di commercio di Benevento. Si tratta del segretario generale Vincenzo Coppola (sospeso dalle funzioni, a marzo, con un provvedimento della giunta) e di Aldo Ianniello, Clementina Affinita e Angela Iasiello, responsabili dei servizi Ragioneria, Provveditorato e Gestione risorse umane, Affari generali.
Il Tribunale di Napoli, a distanza di oltre quattro mesi dalla discussione, ha infatti respinto l'appello presentato dal sostituto procuratore Tilllo contro la decisione con la quale nel novembre 2016 il giudice Camerlengo non aveva accolto la richiesta della custodia cautelare in carcere per Coppola e Ianniello, e di quella ai domiciliari per Iasiello ed Affinita,
Per i quattro indagati, difesi dagli avvocati Sergio Rando, Marcello D'Auria, Paolo Piccialli, Nazzareno Fiorenza e Giacomo Papa, l'ipotesi di reato di associazione per delinquere. A Coppola e Ianniello viene poi contestato il peculato e l'abuso d'ufficio, alle due funzionarie solo l'abuso d'ufficio. Attenzione puntata sulle condotte che sarebbero state mantenute, a vario titolo, rispetto alla vicenda delle somme del fondo accessorio; all'importo di meno di 200mila euro che Coppola, anche dirigente dell'area anagrafe economica e di quelle economico-finanziaria e trasparenza, prevenzione ed anticorruzione, avrebbe percepito indebitamente dal 2011 al 2015. Un incasso che Coppola ha sempre ritenuto legittimo perchè operato dopo il via libera dei competenti organismi della Camera di Commercio.
Di diverso avviso gli inquirenti, nel mirino dei quali è finito anche il ruolo che avrebbero assunto i tre funzionari, nell'espletamento del loro lavoro, in relazione alle varie tappe dell'iter di cui, a detta dell'accusa, avrebbe beneficiato Coppola. Al centro dell'attività investigativa anche la stipula di una polizza assicurativa, per la responsabilità civile- patrimoniale del segretario generale, con un'agenzia di cui sono soci alcuni congiunti di Coppola.
Nelle dieci pagine dell'ordinanza di rigetto, i giudici della decima sezione del Riesame definiscono “inammissibile” la richiesta cautelare per gli abusi d'ufficio prospettati, in relazione ai capi C e D, per Coppola, Ianniello, Affinita e Iasiello. “stante i limitti edittali minimi richiesti, limiti che il delitto ex articolo 323 non raggiungeva all'epoca delle contestazioni di reato. Le condotte ascritte agli indagati devono, infatti, ancorarsi rispettivamente alla data del 6 aprile 2009 (per il capo C) e del 2004 (per il capo D).
Quanto all'ipotesi associativa, il Riesame la esclude, al pari del Gip, “non solo perchè manca in atti un idoneo compendio probatorio idoneo a dimostrare in termini di gravità indiziaria gli elementi costitutivi del delitto (quali l'organizzazione stabile non occasionale tra gli indagati, un piano criminoso criminoso generico e indeterminato, la consapevolezza dei singoli indagati di partecipare a un'eventuale entità sovrastante di natura plurisoggettiva), ma soprattutto poiché emerge dalle intercettazioni l'esistenza di un rapporto formale e distaccato tra i prevenuti, rivelatisi non portatori di un interesse a nascondere qualcosa né preoccupati per possibili emergenze dagli accertamenti che stavano interessando la Camera di commercio e che stavano colpendo, in particolare, la figura del Coppola”.
Rispetto al peculato addebitato a Coppola e Ianniello, i giudici, oltre a sottolineare “il difetto, evidenziato dal Gip, “di un sufficiente substrato indiziario atto a provare la ricorrenza del necessario elemento soggettivo del delitto contestato”, scrivono che “il Gip evidenziava come le anomalie gestionali rilevate dal Pm si risolvessero in criticità messe in evidenza dal Collegio dei revisori dei conti che si palesavano, tuttavia, in rilievi avanzati sullo scivoloso terreno dell'attività amministrativa e della discrezionalità gestionale che lo connota”.
Infine, per quanto riguarda il capo E a carico di Coppola e Affinita (abuso d'ufficio per la polizza assicurativa), il Riesame spiega che, “pur in presenza di un compendio sufficiente a far ritenere integrati i gravi indizi di colpevolezza a carico dei prevenuti, tuttavia non vi sono elementi per ritenere sussistente alcuna delle esigenze cautelari, in assenza di indicatori di un rischio di inquinamento probatorio (Il Gip rimarcava come dalle conversazioni intercettate il Coppola e gli altri indagati non solo non avessero mai tentato di attivarsi per occultare quanto da ciascuno commesso in passato, ma tutti si rivelassero certi di aver agito legalmente), alla luce anche della copiosa documentazione prodotta da tutte le parti e in considerazione altresì della mancanza di rischio di recidiva specifica in termini di effettiva concretezza”.
Un'ultima riflessione riguarda una nota depositata dal Pm a gennaio e relativa alle dichiarazioni di un dipendente: “Il Tribunale rileva che le dichiarazioni sono oltremodo generiche, non avendo egli indicato né la natura né il contenuto delle carte da lui stesso distrutte, seppure su indicazione di Coppola, il che impedisce di riconoscere alle stesse la qualità di atti d'ufficio. In ogni caso, poi, il suo narrato difetterebbe, allo stato, del presupposto dell'utilizzabilità perchè è stato raccolto in assenza di un difensore benchè – per quanto raccontato – lo stesso dipendente dovrebbe, eventualmente, rispondere della condotta di soppressione di atti d'ufficio”.
L'inchiesta, nata dalla denuncia presentata dal Collegio dei revisori dei conti, era stata scandita lo scorso anno, come si ricorderà, dall'acquisizione di una serie di atti operata dalla Squadra mobile presso la sede dell'Ente in piazza Castello, dove peraltro i poliziotti erano tornati successivamente, a novembre, quando avevano anche proceduto ad una serie di perquisizioni.
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